martedì, 16 maggio 2006

:: ogni tanto ci vuole ::

Mi alzo tutto sudato, madido di acqua salata…quasi che fosse sangue. Sgomento, fiato corto e sensazione decisamente sgradevole, di inadeguatezza, verso ciò che mi circonda, verso “il mondo”, verso gli altri, e anche un po’ verso me stesso.

È come se ci fossero due persone in completa discordanza l’una dall’altra dentro di me: uno che dice bianco, e l’altro che dice nero, e il tuo io, lì, in mezzo a non sapere che fare, preso dalla paura di sbagliare, colto dall’incauta preoccupazione di compiere un passo, qualunque esso sia, qualunque sia la direzione che prenderà. Una sensazione che ti porta a far proprio il motto, “fare di necessità virtù”, nel tentativo di lasciarsi cullare dal mare senza che le onde si trasformino in un gorgo vorticoso. Il tentativo, quasi forzoso, di aggrapparsi a qualcosa, qualunque essa sia, senza riuscire a trovare nulla. Qualunque cosa a cui si possa pensare sembra somigliare ad una parete completamente liscia, piuttosto che una sorta di piccola montagna, dura da scavalcare, ma che almeno offre delle sporgenze cui attaccarti.

E ti senti così… pensi alla ragione di questa brutta sensazione a cui non trovi risposta e quasi quasi ti colpevolizzi per questi ragionamenti… quasi che porsi i problemi sia prerogativa solo degli adolescenti o di coloro che hanno da poco abbandonato questo stato. E più tenti di trovare una soluzione al problema e più questo sembra trasformarsi in una sorta di tunnel, nel quale la luce laggiù in fondo, non quella che hai appena lasciato, ma quella che hai visto dall’altra parte, continua a rimanere fioca.

Eri sicuro che il passato non si sarebbe fatto così vivo, acuto e penetrante nel tuo cervello, o almeno eri convinto che si potesse manifestare soprattutto l’aspetto piacevole delle sensazioni vissute… ed invece il passato a volte ti sta lì dietro, attaccato alle tue spalle e tu non riesci a scollartelo di dosso, ed il passato è lì, col fiato sul collo, tutto di un blocco; il passato è lì, presente. Caro ragazzo – ti dicono – tu devi continuare a guardare avanti. Tranquillo. Senza pensarci troppo, senza stare a pensare troppo sulle cose… ma come fanno, dico io?!

…e allora tu che ti senti un buono e un “debole di cuore” non riesci più a resistere, ed allora vorresti metterti a camminare, … ma dove vai?…
Vai… scendi le ripide scale di casa, a passo spedito, quasi di corsa, con la luce nel corridoio, che precede il portone d’ingresso dell’immobile, a muoversi invece lenta; viene e va, a sprazzi.

Ti getti in strada cercando di coprirti con il cappotto appena ti rendi conto che le ombre assomigliano sempre più a sinuosi ectoplasmi e che questo freddo ti punge alla gola. Ti lasci immergere da questo freddo e dalle luci della città ed inizi a camminare cercando di non pensare a niente, ma se poi distrattamente ti guardi dall’esterno e ti immagini in questa situazione, riscopri tutto un mondo nascosto… ed è come se in realtà stessi riassaporando un po’ di quella musica dal tuo Walkman, mezzo scassato…

…e speri, con una vena di narcisismo, tanto per dire e farci due risate sopra, che la gente ti noti per quel tuo minimo contrasto… tu che ti accompagni con questo andamento falsamente signorile in paltò… con il tuo bel Walkman Sony sfasciato… voi ne avete già vista di gente con Walkman e paltò…?

Ma tu sei lì in mezzo alla gente, ed invece non ti accorgi di niente e la gente non si accorge di te per quella stupida immagine che ti sei creato in testa e che tu stai immaginando… ma tu non ti stai immaginando, stai solo guardando una vetrina… e dopo esser stato un po’ di tempo a guardare questa vetrina, dai colori gialli accesi, calda, che ti fa già pensare al natale, ricominci a camminare ben coperto nel tuo cappotto con il bavero tirato in su che ti copre il collo e una parte della faccia… si, perché ti piace sentire che hai qualcosa che ti possa riparare, ma che al tempo stesso ti permetta di sentire che fa freddo, un freddo cane, che più ci pensi e più l’aria gelida entra anche nelle strette maglie del tuo maglione e ti solletica un po’…

Tu cammini, perché a dire il vero quella del freddo è un’allucinazione, meglio una finzione; in tutto quel muoverti, per te, fa quasi caldo quando ti senti avvolto da quell’ambiente che ti fa stare bene e che ti fa credere che tra una ventina di giorni è Natale, quando a te del Natale non te n’è mai fregato nulla.

Ti addentri per il centro nelle viuzze piene di gente, ed anche se non te ne frega un granchè della chi ti sta attorno pensi che ti faccia stare bene… una sensazione di tepore e di torpore, di quelle che uno prova in inverno, addormentandosi davanti al fuoco, con una coperta pesante sulle spalle. PAF!

Ed allora … così, come in un sogno… ti ricordi di lei, e ne rievochi il viso e i gesti di un momento, a quando ti ha rincorso in quel tardo pomeriggio, che tanto assomiglia a questo, lungo il muretto del parco… di quando ti sei sentito tirato per la giacca e, non sentendo i rumori del mondo circostanze perché ovattato dalla tua musica, hai avuto una sensazione inaspettata… e ti emoziona sentirne i profumi ed il ricordo che emana, il suo viso… e lei…

La musica se n’è quasi andata via del tutto oramai e ricominci a sentire freddo… pensi alla tua città e ti rendi conto di come siano cambiate tante cose… a ciò che ti è vicino, a quello che è lontano, a cosa uno lascia a volte senza neanche rendersene conto, alla paura che uno prova, per semplice autodifesa, quando abbandona il proprio contesto e la propria quotidianità. A ciò che può e deve spaventare veramente. ed anche se i pensieri tendono a minare di nuovo un po’ la tua serenità… ti convinci che le cose arrivano quando vogliono e se sono cattive devi solamente tenere le spalle grosse per sopportarle, ma se invece sono buone… ah, beh… allora lì è tutta un’altra faccenda…

Decidi allora di tornare a casa, attraversi il corso per prenderti un po’ di soldi e intanto ti riassesti il cappotto; prima tiri su il bavero e poi ti avviluppi dentro tutto il resto… Ti attacchi alla macchinetta sperando che ti possa dare qualche spiccio e poi ti rimetti in marcia. La luce è sempre più fioca in queste strade che portano un po’ fuori città, ma la città è bella così!… è bello poter fare due passi ed essere subito nel centro… tutto sempre e solo rigorosamente a piedi… e tu ti senti meglio…

Compri qualcosa per non restare proprio senza niente a cena e stai sempre meglio, anche quando vedi qualche amico tornare verso casa… e saluti quasi senza fermarti perché è tardi… e perché intanto loro sono abituati a non farlo… ti salutano per cortesia, ma non pretendono nient’altro…

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lunedì, 13 marzo 2006

:: henri salvador e la sua sua jardin d'hiver ::

come dicevo nel post di ieri, sono stato a roma, lo scorso week-end (il primo di marzo), e questo è un po' ciò che mi è accaduto.

Henri Salvador e la sua Jardin d’Hiver che suonano in testa e nell’aria di questa capitale assonnata nel primo calore di un inverno che oramai volge al termine. Calore, aria che spazza le poche foglie ancora rimaste per strada, insieme alle cartacce ed alle lattine di birra lasciate cadere lungo i marciapiedi.
Mi sento un po’ come Henri Salvador, in preda alle malinconiche immagini che vibrano attorno al suo Jardin d’Hiver. Les années qui passentnulle ne peut nous entendre… come questa città che vive come incastonata in una vita magica, in cui tutto il rumore e gli schiamazzi delle persone fuori dalle botteghe nelle strade del centro viene quasi ovattata. Una visione quasi onirica, che sicuramente non assomiglia minimamente a quella che è la realtà, ma in cui quasi senza rendermene conto mi tuffo quando vengo a Roma.

I capelli di Emma svolazzano al suono di questa Bossa coloniale, che poco fa pensare alla Roma piena di vita vista in questi giorni. Una soffitta a due passi dalla cupola di San Pietro, in bella vista, lì davanti, con il vento che spazza i panni stesi sul tetto a terrazzo della casa di fronte. Le luci del giorno che dolcemente si attenuano per far posto a lumini e bagliori da dietro la finestra. Il pianoforte a fianco allo stereo in cui ascolto Salvador.
Emma rientra dal balcone. Ha appena finito di fumare una sigaretta, sembra far freddo, sembra quasi che abbia paura che possa fare più freddo questa sera. Io non so ancora bene cosa farò. Ho sentito Robert, potrebbe darsi che lo incontri questa sera o uno dei prossimi giorni. Avrei tanto bisogno di vederlo. Di sapere che fare di questa borsa che oramai mi porto dietro ovunque vado.
Quando mi si chiese di tenerla, e portarla a destinazione, sembrava fosse cosa da poco, che il tutto si estinguesse in un nulla.
“Non ti preoccupare, mi dissero, pochi giorni e tutto sarà risolto”.
Oramai, sono passati più di tre mesi ed io rimango ancora qui a non sapere che farne.
Robert mi disse di stare tranquillo, anche quando, giunto a Torino, mi chiesero di passare la borsa dentro il loro detector. Non so bene perché, ma vennero a cercare proprio me. Ad occhi chiusi. La polizia ferroviaria alla stazione di Porta Nuova.

Così come all’aeroporto quando mi chiesero di portare, con quella stessa valigia, un carico a Dublino. Incontrai Carles in un pub vicino al Trinity College. Gli lasciai il carico che mi avevano chiesto di portagli. Mi chiese com’era andata a finire con la borsa azzurra; gli risposi che avevano preferito che la tenessi con me. Al ritorno, dovetti fare uno scalo a Parigi. In quell’occasione nessun problema, nessun controllo, sebbene avessi dovuto ritirare tutti i miei bagagli e fare un secondo imbarco. Al rientro invece in Italia fu come alla stazione di Porta Nuova. Sempre a Torino, questa volta all’aeroporto di Caselle. Passai anche all’uscita i bagagli al detector. Vennero a cercare solo me, mi fecero il controllo e mi lasciarono passare.

Emma sembra non preoccuparsi, non mi ha mai chiesto nulla in proposito. Forse perché sa che io non potrei darle molta soddisfazione perché non saprei dirle tanto di più. Siamo scesi in strada, abbiamo fatto due passi in mezzo alla gente, passeggiato sui sentieri del foro romano e attraversato le botteghe del ghetto ebraico e di campo de’ fiori.
L’ultimo nostro incontro, un saluto abbastanza freddo, con la neve che ci cadeva in faccia, si era chiuso alla stazione. Rientrando dalla Francia. Non avevamo parlato per quasi tutto il viaggio. Entrambi immersi nei nostri sogni, pensierosi e dubbiosi su quello che avrebbe potuto offrirci il domani. Ed il domani, quasi per gioco, è di nuovo qui. Prima la neve, il freddo, la necessità di tirar su di naso, per il gelo che si attaccava ai baffi e sotto al naso, ora il vento che scompiglia i capelli e ti prende alla fronte, alle tempie e quasi ti schiaffeggia.
Emma non mi ha mai chiesto della borsa. Non sono ancora riuscito a capire perché, se si fida, se non le interessa, se per qualche assurdo motivo questa mia storia di portare su e giù in giro, in qualunque luogo vado o mi mandano, questo inutile strumento che più passa il tempo più si trasforma in un inutile fardello. Non mi chiede se voglio una mano, quando mi vede appesantito da altri carichi. Sta, quasi con un pizzico di insolenza, a guardare, ad osservarmi. Ma non mi chiede assolutamente nulla. Se rispondo al telefono, alza lo sguardo, impercettibilmente, verso di me, se mi assento un attimo, mi chiede immediatamente quanto tempo penso di assentarmi, per quale ragione, cosa penso di fare una volta rientrato. Penso che sia il suo modo di starmi vicino, mai invadente, a volte mi sembra quasi che se ne freghi un po’. Ed io glielo faccio notare, con un po’ di dispetto, forse proprio perché indispettito io stesso, anche se cerco di farle pensare il contrario.

Forse sarà perché a lei piace Henri Salvador e Charles Trenet, mentre io amo Ferré, Brassens o posso spingermi, al massimo oltre la Mosa, fino a Jacques Brel. Una volta Eugène mi ha fatto ascoltare Aznavour, non mi è dispiaciuto. Tutto ciò che nella musica francese non è sospirato o sussurrato, fatta eccezione, forse un po’ per Brel (ma c’è da dire che lui era Belga, anche se i Francesi, quando vogliono se ne dimenticano un po’), questo è ciò che mi piace. La pomposità, quello spirito sfrontato, al limite dell’altezzoso, di chi ha voglia da vendere di camminare a testa alta, magari di sbattere la testa con delle sonore zuccate, ma che ha voglia di risollevarsi ed andare avanti.

Un lumino dalla finestra di fronte. L’immagine di Emma, riflessa dal vetro, allungata sul letto, stanca, dopo lo svenimento pomeridiano alla mostra al vittoriano. Sospira. Non so se restare qui con lei, a chiacchierare, oppure uscire un po’, così lei si riposa.

Vada per la seconda opzione. Mi vesto in fretta, dico che esco, a fare due passi, per prendere le sigarette. Mi chiede se mi deve aspettare per la cena, a che ora, quanto penso di stare fuori, se esco da solo.
Esaudisco la sua sete di starmi accanto. Raccolgo le mie cose, la borsa, il paltò, il cappello ed esco. Il vento è freddo, tira un’aria pungente, ché se non ci fosse la tramontana non dico che si potrebbe camminare senza giubbotto, ma quasi.  Scendo giù verso il centro a piedi. Magari a San Pietro prendo un autobus, ma per il momento mi va bene di marciare un po’. C’è tanta gente a quest’ora del pomeriggio. I negozi hanno riaperto da poco. C’è già qualcuno, tra quelli che lavorano negli uffici invece che inizia ad uscire. Qualche spesa, un cicchetto al bar prima di rientrare a casa a far cena. Qualche suora o un paio di preti, per lo più centro africani o dall’estremo oriente, che risalgono dalla Basilica. Ragazze con la panza scoperta, occhiali scuri enormi scesi sugli occhi anche se oramai il sole sta quasi per tramontare, walkman nelle orecchie, lo zaino a coprire il lembo di carne che separa le mutande dal giubbotto e un pezzo di pizza in bocca, che si strillano e si spintonano l’una con l’altra mentre passeggiano.

Arrivo alla fermata dell’ottocentoottantuno. Mi porterà al capolinea, in via Paola. Da lì un pezzo di via Giulia, prima di infilarmi in via dei Calzaiuoli, prima di incontrare Robert a Campo de’ Fiori. Ci siamo appena sentiti. Lui è libero, faremo quattro chiacchiere. Solitamente quando ci vediamo in questa zona della città, la nostra meta preferita è un Hostaria vicino alla statua del filosofo bruciato al rogo. Stavolta, stranamente si opta per un caffè sulla piazza, troppo presto per un aperitivo vinoso a stomaco vuoto.

Robert, è sempre lui. Anche adesso che gli anni si sommano sul groppone, riesce ad avere sempre un’aria da ventenne.
Fanno eccezione i capelli, forse.
La chiacchierata giunge subito al dunque. Ci si trova sotto alla statua.
“Andiamo qui a fianco”, dice lui. Ci sediamo.
“La borsa – senza lasciare che incalzi, gli dico – vorresti sapere dov’è?!”. “Non ti preoccupare, concludo, è sempre con me, non me l’ho mai persa di vista”. 
“E dov’è ora, allora?” giustamente riprende lui.
“A casa. Intanto Emma non è uscita” lo tranquillizzo io.

La conversazione scorre liscia, soprattutto quando, dopo il primo caffè, iniziamo a andar giù di nicotina e Martini. Robert parla. Si accoccola meglio sulla sedia. Si allontana e si avvicina da me con movimenti regolari, ondulatori, che quasi mi fanno venire il mal di mare, soprattutto ora che la testa mi gira un po’, visto il numero di bicchieri di Martini vuoti sul tavolo. Mi sporgo in avanti. Robert mi deve dire qualcosa.

Ma non ci sono più. Un lampo. Un suono sordo e cado a terra. In poco meno di un secondo la vista mi si annebbia. Vedo sempre meno. Gli occhi mi si chiudono. Non vedo più. Non ci sono più. Dov’è Robert, dov’è Carles, dov’è Henri Salvador, dov’è Emma? 

Apro gli occhi. Mi sveglio di colpo. Sudato fradicio. Ancora neve fuori dal finestrino, di nuovo. Le cuffie del walkman appoggiate sul tavolinetto davanti a me, con la musica di Henri Salvador che stenta a venir fuori. Il treno ora si muove. Fa caldo. Emma è davanti a me. Meravigliosa come il tramonto che si affaccia al finestrino, come Roma nei giorni di aprile alle sei di pomeriggio. Emma è ancora qui, al mio fianco. Chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora.

per chi si fosse perso il primo capitolo è possibile leggerlo qui .

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martedì, 31 gennaio 2006

Pensare troppo a volte fa male, vero?!

guida per chi deve usare il cervello, non potendo servirsi di altre qualità

 

quando penso lo sforzo che devo compiere è grande e dispendioso di energie, al punto tale che mi viene il mal di testa. penso e ripenso, mi concentro su tutti i possibili nessi logici tra le cause e le conseguenze alle quali penso, sul come, sul cosa, sul quando, e poi anche magari sul perché penso. ma non riesco a capirne il motivo, mi scappa sempre la risposta. 

 

da bambino abitavo in un posto tra quelle che da noi si chiamano rive (o ripe). la chiesa era lì sopra sulla ripa, davanti a casa mia. per raggiungerla, però bisognava fare un giro più lungo. si risaliva verso la strada statale, si proseguiva lungo la strada asfaltata verso il centro cittadino, e si raggiungeva il piazzale della chiesa. io conoscevo bene però anche la ripa che dal quartiere della chiesa scendeva verso casa mia. era meta per i miei giochi estivi, dove mi immaginavo a metà tra un personaggio dell’ultimo dei moicani, uno dei ragazzi della via pal o qualcuno tra i pirati al servizio di long john silver. era il mio mondo. 

 

la strada invece no, non era il mio mondo. la strada per me diventava più indecifrabile di una fitta coltre di acacie. tutta quella forma levigata, definita. le ombre così nette, che quando faceva caldo in estate potevi sapere l’ora, anche se non avevi mai visto una meridiana. quelle strade di asfalto che si squagliavano a luglio e che se non prestavi attenzione diventavano fatali, alle scivolate, nei giorni di piogge torrenziali.

 

la strada dove era pieno di gente, durante tutti i giorni della settimana. c’era chi si muoveva per andare a comprare il pane, chi il giornale, le macchine che passavano. e le ripe invece, dove vivevo quasi in solitaria, con pochi compagni di avventura, davvero pochi.
che non ti fregava poi tanto in quanti eri lì, in mezzo alle ripe. perché intanto, poi, qualcosa da fare lo trovavi sempre. e uscivi casa, e tua madre ti vedeva sgattaiolare sotto il tavolo subito dopo pranzo, e rientravi quando da lontano vedevi la macchina di papà arrivare per andare a cena. avevo fatto persino una capanna, nelle ripe, ammassando delle assi di legno e pezzi rotti di albero trovati lì per caso, in mezzo alle acacie ed ai pioppi, per creare insieme ai miei compagni di avventura un piccolo rifugio. c’era persino il ruscelletto dell’acqua. e qualche utensile abbandonato da qualcuno che considerava quel luogo una zona perfetta, dove scaricare magari i propri rifiuti metallici. insomma, ci si poteva quasi vivere.

ma c’erano momenti in cui bisognava abbandonarla la riva. specie nelle stagioni diverse dall’estate; quando pioveva, oppure nevicava, ché era difficile camminare lì dentro in mezzo a tutta quella melma, soprattutto quando a casa era tua madre ad aspettarti sull’uscio della porta.

e la domenica allora era il giorno della tragedia. perché sulla strada per andare alla messa c’erano i ragazzini della strada. persone più grandi di me di qualche anno, non di più. il più grande aveva, forse, 5 anni in più di me. eppure quelli erano teppisti, e sembrava non aspettassero altro che incontrare me quando andavo a messa, per venire per lo meno a darmi fastidio, se non ad importunarmi e qualche volta anche a minacciarmi di prendermi a calci.

ed io già a quell’epoca ero un pacifista. non amavo gli scontri ed i litigi, specie con quelli che conoscevo e verso i quali potevo al massimo aver nutrito un sentimento di invidia per quando, a scuola, loro si presentavano all'intervallo con la focaccia o la pizza comprata dal panettiere, mentre a me spettava il panino di prosciutto cotto o con il ben più sfigato formaggio, o, al massimo, nei giorni di massimo eccesso, con il kinder cereali (mia mamma diceva questa merenda almeno è nutriente, chi glielo poteva spiegare che per me invece era "da checche".

loro invece sembrava venissero a cercare sempre me. inutile qualunque tipo di alleanza con altri compagni, o amici. Il bersaglio ero sempre io. chissà poi perché. solo un paio di volte se l’erano presa con acciuga, ma lui perché c’aveva il papà sbirro, e per di più tutti e due i genitori “terroni”, come dicevano loro. io, mezzo sangue, almeno da questo punto di vista riuscivo a passarne indenne. però acciuga era un autentico picciotto napoletano, vendicativo quanto basta e che sapeva menare. io no.

una volta preso dallo sconforto, ho pensato. ho pensato fino a farmi venire il mal di testa, proprio come un matto per trovare la soluzione. usare la ripa per risalire alla chiesa, senza passare dalla strada statale e evitare così nel piazzale antistante al luogo sacro l’incontro con quelle canaglie.

lo feci. ma la strategia era attuabile solo d’estate. la fortuna per una volta mi assistette. cambiavo casa.

bambini bastardi intenzionati a menarmi, fottétevi! non mi avrete più!

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lunedì, 09 gennaio 2006

buon anno a tutti! ecco come ho passato il mio ultimo giorno dell'anno.

 

Vista su Notre Dame: capodanno 2006

 

Arrivo alla stazione di Saint Charles. Le quattro del pomeriggio. Il viaggio è stato lungo. Il passaggio attraverso le montagne alpine, Lione. Il TGV, attenzione alla dogana. Rimanere calmo, impassibile. Non dare l’impressione ad alcuno, di dirigersi verso il sud. Parlare poco, leggere riviste capaci di passare inosservate, Le Monde, Il Corriere della Sera, al massimo al massimo Gli Spietati o Les Irrokuptibles. Nessun libro, nessuna agenda su cui scrivere. Un banalissimo panino di prosciutto cotto e formaggio ed un’altrettanto banale borsa blu, a tracolla, di quelle che fanno capire che sei solo un giovane e povero emigrante del terzo millennio. Valigia o zaino in spalla, coi tuoi trent’anni ed i venti di studio sulle spalle, alla ricerca della stabilità, del lavoro, delle certezze e delle prime conferme. Ma cosa sono poi le conferme?!

Il treno passa veloce sotto i tunnel, le gallerie; la neve pian piano si scioglie, scendendo giù sempre più velocemente, fino all’imboccatura del Rodano, dove sembra già primavera. Aix è bella, austera e regale, come sempre. Una piccola città che potrebbe far quasi pensare all’Austria. Piove, e questo rende il paesaggio alquanto innaturale, giacché qui di pioggia se ne vede davvero poca durante l’anno.

 

Mi infilo in una brasserie, bar bistrot che sia, in Cours Mirabeau. Una delle ultime in fondo, rispetto alla statua del Roy Réné. Devo ammazzare il mio tempo; non tanto, ma un’oretta almeno prima di scendere nel peggior porto di mare del Mediterraneo; dove la feccia la senti prima di arrivare al porto, dove l’odore ti si appicca addosso e non lo scrolli più, ti diventa una seconda pelle addosso e ti rimane nelle narici fino in fondo.

Il treno per Saint Charles partirà alle 17. Resta un’ora. In questo bar del salotto bene della Provenza. I giovani al tavolo vicino, non sono che un’indegna rappresentanza del coattume imperante che domina questi luoghi: la musica da discoteca rimbalza da un cellulare, forte, tra le pance scoperte, gli orecchini a cerchio giganteschi, le frange ed i seni, ben poco imbottiti, di quattro ventenni che si pavoneggiano e strusciano addosso a due baldanti giovani, fieri e orgogliosi della propria ributtante e pura francesità. Li guardo. Potessi, me ne fosse data la possibilità, non ci penserei due volte. Un colpo in fronte, ad ognuno di loro, ed un metro quadrato in più di spazio per vivere per tutti gli altri.

 

Mi scoccio, il fumo, anche quello della mia sigaretta, mi infastidisce, mi entra negli occhi, annebbia la vista e mi fa uscire di testa. Decido di uscire. Direzione stazione. Trenino per Saint-Charles.

Manca ancora un po’ di tempo, così mi appoggio ad una panchina nella sala d’aspetto della gare. Mi accoccolo e cerco di riposare un po’. Questo viaggio sta diventando lunghissimo e sono stanco. Non riesco neanche più a pensare a quante ore sono già trascorse dalla mia partenza.

Finalmente il treno si muove; al rallentatore, ma si muove. E dopo una mezz’oretta si vede le chateau d’If.

 

Eugène è già lì, sul binario, con la sigaretta in mano, tra indice e medio della mano sinistra. I suoi capelli sono ancora nero corvino, ma il viso, si vede, inizia ad essere segnato dal tempo e dal vento che sbatte sulla sua faccia nelle notti d’inverno passate a pescare sul molo. Il suo è un saluto secco, quasi duro, quasi inospitale. È difficile vedere sciolto Eugène in queste circostanze. “Enfin!”, dice con la sua voce roca. Il suo italiano è ancora molto approssimativo, anche se sono anni che mi ha promesso di dedicarcisi con maggior impegno.

“Sarà una lunga notte”, mi dice, mentre ci incamminiamo a cercare la sua bagnole. “In tanti hanno saputo del tuo arrivo …e vogliono tutti vederti! Nessuno escluso.” Saliamo sulla sua vecchia Simca bianca. “Non c’è tanto da fare”. Eugène si è spostato. Ha déménagé, lasciando così una volta per tutte, dice lui, le viuzze che tagliano la Cannebière. “La Timone è comunque vicina al centro e dà meno fastidi!”.

La Simca si muove, come il treno; piano, ma si muove. Arriviamo dopo qualche sali e scendi alla Timone. Zona est della città. Verso Aubagne. Una serie di casermoni, uno vicino all’altro. Immersi nel verde. A darti l’impressione di non essere in un casermone, ma in una piacevole zona residenziale.

 

Ci apre la porta finalmente Gaël. Con il suo straccetto per preparare la cena. Entriamo in casa. È bella, spaziosa, poche cose appese; e molto luminosa, sembra. In tavola ci sono già le tartine per l’aperitivo pronte. Eugène mi fa vedere l’appartamento, mettiamo la borsa in camera. “È meglio farla sembrare una normale borsa da viaggio anche qui a casa, dice. Gaël non sa nulla!” E torniamo in soggiorno per l’aperitivo. Questa donna è eccezionale in cucina. Anche se viene dal profondo nord, davvero brava. Mangiamo con calma, bene. Ci scoliamo una bottiglia di Champagne, un bianco giallastro e due Côtes de Provence. Io avverto il colpo, soprattutto per colpa dell’iniziale Champagne.

Ci prepariamo. Gaël pensa che stiamo per trascorrere una normale serata di fine anno. Le reveillon. Non sa che Eugène ha ricominciato da dove aveva lasciato l’ultima volta, tradendo la sua fiducia, e forse anche la mia. È una serata anomala. Poca gente in giro, la città in questa zona sembra abbastanza tranquilla. Doveva esserci anche Lou. Un imprevisto: “l’aria è malsana, come sempre. Umida. Ti prende alla gola. Morde e non fugge”. Sintetizza Eugène. Poi cambia discorso, repentino, quasi che i due argomenti però fossero legati. “Guarda si vede Notre Dame de la Garde. Si vede anche da casa mia, sai. Quando il proprietario mi ha fatto vedere l’appartamento siamo entrati, ho dato un’occhiata veloce alle stanze e poi ho chiesto verso quali direzioni davano le finestre. Il padrone mi assicura che il balcone dà verso il vieux port. Mi dirigo lì. E si vedeva Notre Dame. Anche se Gaël non fosse stata d’accordo, in quel momento, avevo deciso che sarei andato ad abitare lì”.

 

Ci infiliamo finalmente nel locale previsto. La roba è rimasta a casa. Un primo contatto. Il buttafuori ci squadra. Eugène, lui, non lo conosce, né tanto meno Gaël. Entriamo. Ambiente scuro. Pareti nere. Soffitto nero. Gente che si muove e balla, musica anni ’80. francese. Reneaud. Vanessa Paradis. Gainsbourg in No Comment.

C’è un secondo piano, un ammezzato che guarda sulla pista da ballo. “Thomas ci attende là”, dice Eugène. Saliamo. Ci saluta. Sono trent’anni che Thomas vive a Marsiglia. Ha cancellato il vecchio Carles Laporta, per un più facilmente franco-italiano Thomas Pedretti, ma non ha perso quel suo dannato accento spagnolo. Lui è il Marsigliese. Lui, il capo dei capi. Anche Eugène rispetto a lui conta quanto il due in una partita di briscola. Lui vuole la mia roba, ma non ora. Non adesso. Vuole vedere se ho avuto il coraggio di tornare da lui; a sei anni di distanza, dopo il guaio che gli ho provocato con la dogana tedesca in un giro di spaccio con degli Svizzeri.

Parliamo un po’, del più e del meno. Del freddo in Italia, e del sole a Marsiglia. Della birra, del Marsiglia in coppa Uefa, e dei francesi che anche quest’anno non vinceranno il Tour de France.

 

Mi annoio. Anche Gaël è lì che si annoia. Eugène ha preso la sua birra e parla nell’orecchio di Thomas. Il rumore è assordante. Non se ne potrebbe fare a meno, vista la serata. In più il locale è piccolo, e soprattutto pieno di gente. Si è riempito. In un nanosecondo. La ressa è in pista. Parte la versione francese di Rock & Roll Robot. Gaël si scatena. Io la seguo. Con calma. Scendendo giù le scale, accendendomi una sigaretta. Rimanendo lì, a sorseggiare la mia birra corsa ed a guardare la donna del mio migliore amico, ballare, leggiadra, giovane negli occhi, nonostante le rughe sul suo viso ed i suoi quarant’anni.

Mi lascio sedurre da questa serata, dai suoni a me tanto cari. Passano in sequenza i Cure, i Police con Don’t Stand So Close to Me, Joe Strummer e la sua Rock the Kasbah. Ah, dirlo ora, Rock the Kasbah. A Marsiglia. La Algeri del continente europeo.

Sale tutto su per il naso e dentro agli occhi, come il profumo della ragazza che mi sta affianco. Forte, un odore non troppo femminile, abbastanza secco, e soprattutto poco dolce. È a pochi centimetri da me; di distanza, ma non di altezza. Non è una stanga, e il gradino inferiore rispetto al mio la rende di altri 15 centimetri irraggiungibile. Sembra carina, capelli lunghi, mossi, scuri. Scambiamo per caso lo sguardo. Deve essere d’origine araba, sembrerebbe, anche se la carnagione particolarmente chiara lascia qualche dubbio. Occhi truccati, tutta vestita di nero.

Iniziamo a parlare, e il tempo passa. Senza quasi lasciar passar tempo, rimango con una bottiglia di Colomba in mano. Mi assento pochi secondi dalla mia interlocutrice, per prendere la bottiglia al bancone poco distante, e torno a parlare. Lì. Appoggiati al muro da cui partono le scale.

Abbiamo cambiato posizione. Io sul gradino più basso, lei su quello più alto. Così che ci si possa guardare negli occhi. E già non ci sono più. Sarà l’alcol in corpo, o il profumo del suo corpo, ma mi sento già innamorato.

La conversazione scorre liscia. Così come l’alcol nelle mie vene e la nicotina in alveoli e polmoni. Fa per avvicinarsi, come a dirmi qualcosa. “è mezzanotte, buon anno!” Mi sembra di vedere Eugène e Thomas scendere le scale. Ma non ci sono più. Il mio sguardo è solo per Emma. Si avvicina al mio orecchio, ancora di più. Mi sporgo in avanti. Sento la sua mano che sta per cingermi il busto. E non ci sono più. Un lampo. Un suono sordo e cado a terra. In poco meno di un secondo la vista mi si annebbia. Vedo sempre meno. Gli occhi mi si chiudono. Non vedo più. Non ci sono più. Dov’è Gaël, dov’è Thomas, dov’è Eugène, dov’è Emma?

 

Apro gli occhi. Mi sveglio di colpo. Sudato fradicio. C’è la neve fuori dal finestrino, di nuovo. Ed il treno è fermo. Fa caldo. E Emma è davanti a me. Bella come il sole, come Marsiglia che abbiamo lasciato da quasi un giorno. Siamo di nuovo nell’anno nuovo, abbiamo passato la mezzanotte del 2006 da poco più di 24 ore. Emma è qui, al mio fianco. Da più di un anno adesso. Chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora.

postato da: diarioinbrodo alle ore 15:19 | Permalink | commenti (7)
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