mercoledì, 20 settembre 2006
:: AAA: cercasi ::

cercasi disperatamente, impertinente fanciulla, solitamente dedita a dispensare consigli ed ammonimenti alla collettività tutta, trovata a bighellonare, per trovare distrazione dallo studio, davanti alla televisione su famosa isola.

lucy dove sei?...


...oddio potrà voler dire qualcosa tutto ciò?!?!?!

taccio.



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categoria:delirio, esperienze bucoliche
giovedì, 31 agosto 2006
:: la realtà che cambia ::

Forse perché settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull’età
Forse perché sabato con qualche amico, “abbiamo” sposato lei con lui
Forse perché lui è arrivato fino a qui, e non è che succede tanto spesso
Forse perché lucy in questi giorni si indaga su quello che vuole fare una volta tornata da Berlino, e a me sale tanto la nostalgia (e forse anche un po’ l’invidia) di quando ero io al suo posto
Forse perché l’arrivo di nuova vita sul mondo, vedi la sua (greta), in questo periodo, genera uno strano effetto (e non ho ancora avvertito però, neanche vagamente, alcun senso o necessità di paternità), un senso vago di tenerezza, e di accoglienza.

…ma sta di fatto che è un periodo che tutti questi pensieri che mi frullano in testa, ho la sensazione che siano lì apposta a dirmi qualche cosa, e neanche tanto sopra o sotto le righe; anzi, in maniera piuttosto esplicita… “sei grande, anche se ti chiami o ti fai ancora chiamare Giovane. È ora di crescere, è ora che inizi a vivere come un adulto”.

Me l’ha detto anche l’altro giorno Lulù, la quale sostiene che sia ora di cambiare questo nick-name un po’ peterpanesko, di chi vuole fare il giovane bohemiène a tutti i costi. E dire che io i Ggiovani, e tanto più Bohèmiens, non li ho mai digeriti…

La batosta più grande l’ho accusata sabato quando si sono sposati la Smalfa e CanePazzo. I primi amici più stretti a compiere il “grande salto”. Un po’ per questo, magari, un po’ perché domenica mattina, dopo una sfrenata serata passata a ballare dalle dieci all’una e mezza di notte senza interruzione, sono rimasto incriccato di collo e schiena, e solo oggi (che è giovedì) inizio a sciogliermi un po’.

E dire che fino a 5, 6 anni fa ero un drago che non si scalfiva neanche un po’ dopo una serata passata a ballare sui ritmi di prodigy, chemical brothers o underworld, o i più "rudi e rockettari" faith no more.

Il collo piegato, che non riesce a sollevarsi, è l’immagine perfetta di chi oramai dovrebbe avere l’umiltà di chinare per una volta il capo, capire, che, certe cose, forse, è meglio smettere di farle, non perché sia sbagliato o cattivo, ma solo perché non si ha più l’età, forse, e il fisico, soprattutto, per farle ;-) … e cambiare, magari mettendosi a fare cose nuove, aprirsi alle novità…

Così dal più totale menefreghismo, vivo ora con l’ansia sul collo che tutto quello che faccio non abbia un senso, che sia sempre in ritardo, che panichi perché non riuscirò mai a raggiungere una stabilità, almeno emotiva, che mi permetta di vivere bene con me stesso.
Sul lavoro, a casa quando non lavoro, quando non trovo gli amici per uscire, perché loro hanno la propria casa e devono pensare a pulire, a stirare, a ordinare.
CanePazzo, l’altra sera mi dice… “noi non siamo come te che al rientro da lavoro abbiamo tutto pronto”… e me lo fa pesare, come se fosse un privilegio di cui io sto realmente godendo.
In realtà io ne usufruisco, ma non si può dire che ne godo… magari potessi essere al suo posto, e io lo posso dire. Ché io ci ho già vissuto per fatti miei, l’ultima volta un paio di mesi fa, io so cosa vuol dire doversi preparare tutto, dover fare le pulizie o le lavatrici durante il week-end… io lo so… anche io, nella mia età, non invecchio, ma cresco!

Ma l’unica cosa che posso fare, per sfogarmi, è trovare quel po’ di tempo che mi serve per scrivere queste righe, e condividerlo con quelle 4 anime che ancora bazzicano da queste parti di tanto in tanto…

E così scrivo, scrivo come quando avevo 16 o 17 anni. Scrivo in modo diverso, ma ancora scrivo. Allora scrivevo poesie, dedicate solitamente a chi mi rilasciava un sonoro due di picche; ora scrivo in prosa per me stesso. A questo punto sono curioso di vedere, sulla soglia dei 40 anni se scriverò ancora e con quale metodo stilistico.

Finirò con il teorizzare la scrittura, come fece Cage con la musica, spargendo la casa di pagine bianche, per lasciare al lettore la scelta di leggere nel foglio ciò che più gradisce... o tornerò alle origini componendo ditirambi giambici (e non chiedetemi se esistono; presi singolarmente, ditirambi e giambi, sono due forme metriche che esistevano nella lingua classica, greca mi pare)...o ancora finirò col seguire il movimento di un pastello a cera, tenuto da una mano un po’ più piccina e paffuta della mia. Fosse così, allora potrei dire che vorrei non crescere mai.
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categoria:vita da blogger, delirio
mercoledì, 19 aprile 2006
:: chissà se c'è ancora gente che mi legge? ::

si dice che si ha sempre voglia di parlare o sempre la possibilità di farlo.

beh, io no. a me non è data questa possibilità.

è davvero tanto tempo che non scrivo un post, e gli argomenti su cui scrivere un post li avrei anche avuti. tante miriadi di argomenti, da quelli più sociali (vedi elezioni), a quelli professionali (il team bilding di 15 giorni fa a genova e il corso durato tutta la scorsa settimana a varazze), passando anche per quelli speciali (la preparazione per il viaggio a berlino e per il trasloco trimestrale a oderzo, il week-end-ritrovo-exerasmus a torino,  le vacanze di pasqua passate da solo in casa), o per lo meno i film visti... avevo tante idee per la testa e invece no.

non ne ho avuta la possibilità.

ho litigato, mi sono arrabbiato, strappato quei quattro capelli che mi sono rimasti in testa, ma nulla da fare... il mio IO accidioso non ne voleva assolutamente sapere di mettersi on-line e creare (si fa per dire) qualcosa da mettere nero su bianco. mi sono molto arrabbiato anche io con il mio IO accidioso, ma non c'è stato verso, non ne voleva sapere di adeguarsi alle mie volontà. l'ho spintonato, ho cercato di trattenerlo. e lui invece niente, strabordante, quanto il danubio in eruzione mi ha messo alle corde impedendo di manifestare ciò che sono...

e così mi sono lasciato sedurre dall'ozio anche io.
...ed ho capito una cosa...
...è fico!
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categoria:delirio, autoriverenze, degli altri dì, cuneesi al rhum
venerdì, 17 febbraio 2006
:: il giochino dei giochi miete vittime ::

tanti mie cari amici me l'hanno detto, non ho più il fisico per certe cose... e così quando meno te l'aspetti, per altro poco prima che una nuova candelina compaia sulla testa, gli anni ti cadono sulla testa come macigni.
e il bel giochino dei giochi, che sabato mattina ho seguito, in diretta, sulle nevi di oulx, ha mietuto una vittima, ossia io!
e ne pago ancora le conseguenze. freddo, tanto freddo, anche se la giornata era bella come quella di oggi. e domenica, a casa, che neanche riuscivo a stare in piedi dalla stanchezza, e lunedì, inesorabilmente, anche la febbre.

attenzione giovanewerter, che tu con la salute sei cagionevole... e così per non rischiare una ricaduta di polomonite (con quanto descritto qui) ho ritenuto opportuno stare buono buono a casa.

il caso volle che in contemporanea, anche il blog avesse bisogno delle mie cure, da quanto maturato negli ultimi commenti.
ma non mi reggevo in piedi, e se già faccio fatica a saltellare tra le scritture HTML, immaginatevi il mio sconforto a reggere il confronto con la febbre addosso.
manco a volerlo, il computer di casa, tanto per tenermi un po' di compagnia, si spegneva definitivamente, moriva, non dava più segni di sè, così come l'alimentatore ad esso attivato.

esperienze che definire "olimpiche" è poco!
così oggi, primo giorno libero e soprattutto in cui sono uscito di casa, mi sono dato da fare. ho portato il computer in assistenza, sono venuto in ufficio, e mi sono messo ad aggiustare il template del blog per permettere anche a quelli che non dispongono di IE, ma usano firefox o OS, di accedere anche alle mie pagine. non sapevo proprio cosa fare.

ho seguito il consiglio di uno a caso: "io quando ho dei problemi coi template, faccio che resettare tutto e ne preparo uno nuovo!"
inizialmente ho pensato, oddìo sacrilegio, visto che il precedente, oltre a piacermi assai lo avevo fatto io sulla base di uno preparato da splinder. come si dice però per i papi e per le donne "morto uno, se ne fa n'artro!"... evvia...
diamo perciò il benvenuto a questo nuovo template, molto carino, che saluta anche l'ennesima clonazione del me medesimo in un nuovo me medesimo sempre più costipato, ma ancora (si fa per dire) in piedi.

p.s. sondaggio. a chi piace, il nuovo template?
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categoria:sondaggi, delirio, olimpiadi, cloni, autoriverenze, esperienze bucoliche
venerdì, 10 febbraio 2006

:: il giochino dei giochi olimpici ::

ieri volevo scrivere un post sul commento sportivo in televisione, ché l'altra sera ho visto su sky la telecronaca di fiorentina-inter, e mi saliva il voltastomaco a sentire fabio caressa, a commentare. uno che ha deciso di far uso degli aggettivi per proprio vezzo, perchè gli piace farcire le frasi di suoni roboanti e iperbolici che spesso contraddistinguono proprio la categoria grammaticale degli aggettivi, ma che se utilizzati in modo inappropriato non sanno proprio di niente. ...e la cosa che fa rabbrividire è che il caressa si crede pure uno che ha reinventato il commento calcistico televisivo italiano. io, non lo sopporto. che caressa mi faccia rimpiangere bruno pizzul ce ne vuole.

comunque, non è di questo che volevo parlare, visto che ieri, il pezzo su caressa non sono riuscito a scriverlo, perchè, ieri, ero a torino, per un colloquio... non diciamo dove per scaramanzia... diciamo però che io spererei proprio che sia la volta buona.

speriamo porti bene averlo fatto alla vigilia delle olimpiadi, tanto più che durante il viaggio di ritorno mi sono imbattuto nella fiaccola olimpica che faceva il suo ingresso in torino. nei pressi delle molinette. un casino allucinante. ho girato in tondo tra l'ospedale sant'anna ed il lingotto perchè avevano chiuso una rotonda e non ci si poteva inserire in corso unità d'italia. un bordello, un macello. nervi a fior di pelle, quando invece in strada la gente festante tornava alle proprie macchine dopo aver sventolato le bandierine olimpiche.

sì, perchè stasera iniziano i giochi, e torino è davvero bella, pronta per la festa. incredibile... torino vive i suoi giochi olimpici, e devo sfatare questo mito della freddezza piemontese per le cerimonie, perchè ieri c'era davvero un macello di gente per le strade. davvero bello, e se penso che domani mi potrò gustare parte di questa festa andando a vedere le gare di freestyle godo ancora di più.

accolgo ora l'invito di clodine, che spedisce una lettera aperta di luciana litizzetto davvero carina, per fare un imboccàllupo a torino, nella speranza che vada tutto per il meglio...

Godiamoci la festa
di Luciana Littizzetto

Ho un'urgenza. Impellente. Devo lanciare un messaggio a tutti gli italiani, ma soprattutto ai piemontesi. Torinesi? Guardatemi bene negli occhi e aprite quelle orecchie a megafono. Ascoltatemi. Non facciamoci riconoscere anche stavolta. Fatemi il santo favore, smettetela di lamentarvi. Sto parlando soprattutto a voi, malmostosi, che non vi va mai bene niente. Sospendete il mugugno, troncate la lamentela, devitalizzate la rugna. Piantatela di stare in agguato aspettando solo che qualcosa vada male per poter dire «Ecco! Io l'avevo detto» con le E bene aperte. Insomma. Smettetela di fare i piemontesi per 15 giorni. Oh là. E che vi costa. Son poi solo due settimane e poi potete ricominciare con la geremiade delle lamentazioni. Ma adesso zitti. Mosca. Lo so bene anch'io che non tutto va alla perfezione. Ci mancherebbe ancora. E che non tutti i cantieri sono a postissimo e che la metropolitana non fila via bella liscia. Beh. Se non fila filerà. Uff. Che noia.

Cosa credete? Che a Roma, Milano, Napoli, la metrò non abbia mai problemi? Ma dove vivete? A Fiabilandia? Impariamo anche un po' a darci un tono. Facciamo come quando arrivano i cugini di seconda a trovarci. Scopiamo via le briciole sotto i tappeti e nascondiamo la roba da stirare dentro gli armadi alla rinfusa. E via un bel sorriso di benvenuto. Avanti, prego. Tanto poi abbiamo tutto il tempo per ritirare fuori le magagne dopo. Ma basta con le lamentele. «Eh ma adesso per le strade non ci si muove. Eh ma ci spuntano re e regine da tutte le parti. Eh ma tutta sta storia delle Olimpiadi è una gran scocciatura...». Certo. E come no. Era meglio se organizzavamo una bella Sagra del Tomino molle.

Dai su... Non facciamo i balenghi. Una volta tanto pensiamo positivo. Io capisco che per noi piemontesi è difficilissimo, che dobbiamo fare uno sforzo sovrumano, andare proprio contro la nostra natura, ma proviamoci.

Ma a voi non vi viene lo stranguglione in gola dalla contentezza, a vedere Torino così bella? A me sì. Mi viene da piangere ogni due per tre. Piango anche solo guardando i servizi di Gianfranco Bianco al Tg. Non l'avrei mai pensato di arrivare a questo punto. Mi commuovo. Sarà che son tanto debole di mente. Faccio come i cani quando non sanno come fare a trattenere la contentezza e lasciano la scia di pipì. Uguale. Solo che io perdo lacrime. Grazie al cielo. Quelle belle M rosse luminose? Quanto tempo le abbiamo aspettate? Vedere la gente che si accalca per provare la metro e poi quella non parte, va beh, è bello lo stesso... Ce ne vogliamo rendere conto tutti, torinesi e italiani in genere, che le Olimpiadi sono una festa, una festa di pace, e che ce la dobbiamo godere? Non stare lì a tormentarci, a dire "ammi ammi, e adesso?" E adesso cosa? E adesso musica maestro! «Sì... ma poi che ne faremo delle strutture, e poi che ne sarà di noi domani... c'abbiamo il
palazzo per l'hockey ma a hockey non ci gioca nessuno, e sto arco rosso sopra il villaggio olimpico a cosa serve?...». Ma come a cosa serve? E' bellissimo, ecco a cosa serve! Serve a fare festa. E poi, scusate, ma quando date una festa a casa vostra, fate così? Vi mettete a frignare perché poi dei festoni non sapete cosa farvene e dei tramezzini avanzati di vitel tonné pure? Torino in questi giorni è bellissima. Godiamocela. Come canta Renato Zero: Questi sono i migliori anni della nostra vita.

martedì, 31 gennaio 2006

Pensare troppo a volte fa male, vero?!

guida per chi deve usare il cervello, non potendo servirsi di altre qualità

 

quando penso lo sforzo che devo compiere è grande e dispendioso di energie, al punto tale che mi viene il mal di testa. penso e ripenso, mi concentro su tutti i possibili nessi logici tra le cause e le conseguenze alle quali penso, sul come, sul cosa, sul quando, e poi anche magari sul perché penso. ma non riesco a capirne il motivo, mi scappa sempre la risposta. 

 

da bambino abitavo in un posto tra quelle che da noi si chiamano rive (o ripe). la chiesa era lì sopra sulla ripa, davanti a casa mia. per raggiungerla, però bisognava fare un giro più lungo. si risaliva verso la strada statale, si proseguiva lungo la strada asfaltata verso il centro cittadino, e si raggiungeva il piazzale della chiesa. io conoscevo bene però anche la ripa che dal quartiere della chiesa scendeva verso casa mia. era meta per i miei giochi estivi, dove mi immaginavo a metà tra un personaggio dell’ultimo dei moicani, uno dei ragazzi della via pal o qualcuno tra i pirati al servizio di long john silver. era il mio mondo. 

 

la strada invece no, non era il mio mondo. la strada per me diventava più indecifrabile di una fitta coltre di acacie. tutta quella forma levigata, definita. le ombre così nette, che quando faceva caldo in estate potevi sapere l’ora, anche se non avevi mai visto una meridiana. quelle strade di asfalto che si squagliavano a luglio e che se non prestavi attenzione diventavano fatali, alle scivolate, nei giorni di piogge torrenziali.

 

la strada dove era pieno di gente, durante tutti i giorni della settimana. c’era chi si muoveva per andare a comprare il pane, chi il giornale, le macchine che passavano. e le ripe invece, dove vivevo quasi in solitaria, con pochi compagni di avventura, davvero pochi.
che non ti fregava poi tanto in quanti eri lì, in mezzo alle ripe. perché intanto, poi, qualcosa da fare lo trovavi sempre. e uscivi casa, e tua madre ti vedeva sgattaiolare sotto il tavolo subito dopo pranzo, e rientravi quando da lontano vedevi la macchina di papà arrivare per andare a cena. avevo fatto persino una capanna, nelle ripe, ammassando delle assi di legno e pezzi rotti di albero trovati lì per caso, in mezzo alle acacie ed ai pioppi, per creare insieme ai miei compagni di avventura un piccolo rifugio. c’era persino il ruscelletto dell’acqua. e qualche utensile abbandonato da qualcuno che considerava quel luogo una zona perfetta, dove scaricare magari i propri rifiuti metallici. insomma, ci si poteva quasi vivere.

ma c’erano momenti in cui bisognava abbandonarla la riva. specie nelle stagioni diverse dall’estate; quando pioveva, oppure nevicava, ché era difficile camminare lì dentro in mezzo a tutta quella melma, soprattutto quando a casa era tua madre ad aspettarti sull’uscio della porta.

e la domenica allora era il giorno della tragedia. perché sulla strada per andare alla messa c’erano i ragazzini della strada. persone più grandi di me di qualche anno, non di più. il più grande aveva, forse, 5 anni in più di me. eppure quelli erano teppisti, e sembrava non aspettassero altro che incontrare me quando andavo a messa, per venire per lo meno a darmi fastidio, se non ad importunarmi e qualche volta anche a minacciarmi di prendermi a calci.

ed io già a quell’epoca ero un pacifista. non amavo gli scontri ed i litigi, specie con quelli che conoscevo e verso i quali potevo al massimo aver nutrito un sentimento di invidia per quando, a scuola, loro si presentavano all'intervallo con la focaccia o la pizza comprata dal panettiere, mentre a me spettava il panino di prosciutto cotto o con il ben più sfigato formaggio, o, al massimo, nei giorni di massimo eccesso, con il kinder cereali (mia mamma diceva questa merenda almeno è nutriente, chi glielo poteva spiegare che per me invece era "da checche".

loro invece sembrava venissero a cercare sempre me. inutile qualunque tipo di alleanza con altri compagni, o amici. Il bersaglio ero sempre io. chissà poi perché. solo un paio di volte se l’erano presa con acciuga, ma lui perché c’aveva il papà sbirro, e per di più tutti e due i genitori “terroni”, come dicevano loro. io, mezzo sangue, almeno da questo punto di vista riuscivo a passarne indenne. però acciuga era un autentico picciotto napoletano, vendicativo quanto basta e che sapeva menare. io no.

una volta preso dallo sconforto, ho pensato. ho pensato fino a farmi venire il mal di testa, proprio come un matto per trovare la soluzione. usare la ripa per risalire alla chiesa, senza passare dalla strada statale e evitare così nel piazzale antistante al luogo sacro l’incontro con quelle canaglie.

lo feci. ma la strategia era attuabile solo d’estate. la fortuna per una volta mi assistette. cambiavo casa.

bambini bastardi intenzionati a menarmi, fottétevi! non mi avrete più!

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categoria:racconti, delirio, a l t e r
lunedì, 19 dicembre 2005
:: a volte scopri delle cose che proprio non te le aspetti ::

a volte ci dobbiamo limitare a fare anche le cose che ci piacciono di più. veniamo obbligati a limitarci in ciò che, magari, per un momento, anche solo per pochi minuti ci porta gioia immensa. e tu stai lì che lo aspetti, questo momento, ed invece non arriva. e allora, dici "pazienza, arriverà". e aspetti. e aspetti talmente tanto che quasi non ti sembra neanche verò possa ancora capitare, perchè ti sembra solo di aspettare e ti sembra che l'accadere, invece di accadere da un momento all'altro, non ti cada mai sui piedi all'improvviso.
ma poi, quando meno te lo aspetti, quando hai perso tutte le speranze, arriva. e provi gioia pura. ti riscopri bambino al primo giorno di scuola, o maturando al tema in classe. e non vedi l'ora a questo punto di dimostrare quanto vali. e allora vorresti scrivere pagine e pagine, hai mille idee. ma quando la sfilza di temi ti viene presentata davanti agli occhi vai in bambola e non sai più ché dire...

è da qualche giorno che non scrivo, e il delirio che ne proviene deriva forse dal fatto che non ho mai sostenuto così tanti colloqui come in questa settimana. da giovedì a mercoledì prossimo avrò sostenuto in totale 5 colloqui su 7 giorni. mai successo.
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categoria:delirio, dì lunedì, autoriverenze
mercoledì, 23 novembre 2005

:: a volte ritornano ::

prendo spunto da questo post di eìo, e da questi 2 post, uno mio e uno di dementrio.

prendiamo 
qui in google, alcune, e probabilmente non tutte, definizioni del termine CLONE/CLONI:
- Gruppo di piante derivate per moltiplicazione da un'unica pianta selezionata
- con il termine "clone" si intende un altro client collegato alla stessa rete con lo stesso IP
- gruppi di cellule derivate da una sola singola cellula parentale e quindi geneticamente uguali.

siamo alle solite, qui si vuole difendere l'indifendibile, e si vuole attaccare ciò che è inattaccabile, irreprensibile, l'innovazione, l'ascesa del sapere sulla coscienza.
qui la neve cade sui nostri tetti, e la paura ci fa preferire di stare a casa, di intubare il nostro nutrimento e chiudere la porta.
guardiamo a quello che succede qui vicino a noi, non stiamo a preoccuparci della vita di tutti i giorni nel resto del mondo e perchè no dell'universo. rischieremo di perdere contatto dalla nostra casa, dal nostro territorio, dal nostro orto, dalla nostra macchina, dalla casa in campagna e da quella al mare.
in fin dei conti che ci frega. nel momento in cui stiamo bene, in cui niente ci può toccare, siamo arroccati su di noi.
e smettiamola di pensare che ogni piccolo cambiamento possa portare un dissesto nella nostra vita di tutti i giorni. impariamo a fidarci di cosa ci viene proposto.

...viene però da chiedersi, visto che le informazioni che ci vengono proposte sono numerose, troppo numerose, visto che è impossibile riuscire a "sentire" tutte le campane, non sarebbe sufficiente neanche il tempo di un'intera vita, viene da chiedersi che fare...
alla fine forse è meglio arroccarsi sui propri pensieri, difenderli, giusti o sbagliati che siano.

alla fine l'ipotesi di clonarci non è poi così da buttare via, potremmo creare una società sempre e comunque uguale, in cui tutto si trasforma e niente più si crea. in cui a noi succediamo noi. in fin dei conti è solo una piccola casa con uno sputo di giardino, ma è la prima cosa che comprerò quando sarò ricco.

postato da: diarioinbrodo alle ore 12:11 | Permalink | commenti
categoria:vita da blogger, delirio, cloni, autoriverenze, punch