:: Il blog del lunedì ::
ieri era lunedì, il giorno dedicato al low-post (il post low-cost)…infatti non ho scritto nulla.
in realtà avrei voluto scrivere qualcosa, ma non è un periodo favorevole per la mia linea telefonica di casa, di nuovo bloccata a seguito delle piogge della settimana scorsa. così sono fuori dal mondo.
visto che oggi è martedì, però non proporrò dunque un low-post, ma un articolo di un po’ di tempo fa di giorgio ruffolo, ritrovato per caso ieri mattina durante le pulizie settimanali di camera mia (d’altro canto avendo più tempo libero, visto che non posto nulla, lo dedico a riordinare la mia stanza onde evitare problemi di ogni sorta con i padroni di casa, mia madre in particolare).
purtroppo ho la fonte, la repubblica, ma nel pezzo di pagina strappato non è rimasta la data. dal pezzo di vignetta di bucchi rimasto, si evince che siamo già nel 2005. se qualcuno avesse lo scrupolo di collocare meglio temporalmente la stesura di questo articolo, posso dire che sul “retro” della pagina (pagina numero 16 – titolo MONDO), il titolo principale inizia con Yushenko sceglie la…, il sotto titolo La Tymoshenko sarà premier. Gel… mentre il cappello Freddezza fra il presidente ucraino e il leader del Cremino. Bruxelles rallenta le… Autore, il corrispondente Giampaolo Visetti.
L’articolo di ruffolo, che è ciò di cui mi interessa parlare ha un titolo che riguarda una diversa accezione (rispetto a quella che ha assunto il termine nell’universo Blog) di “Post”… ma se andiamo a leggere tra le righe ci si possono trovare spunti interessanti anche il nostro “contenitore”.
La strana voglia di essere “post”
Caro direttore, fa sempre un po’ di malinconia quando un amico intelligente se ne esce con una insospettata strampaleria. È successo con Francesco Rutelli, cui mi legano stima e simpatia. Né mi convince la difesa di quella strampaleria che Michele Salvati ha assunto sul Corriere della Sera. Che i significati di socialismo siano continuamente mutati, non c’è neppure bisogno di dirlo. Ma se tanti partiti, come lui stesso afferma, “sono giustamente orgogliosi” di mantenere quel “significante”, non credo che sia solo questione di “avviamento”, ma di sostanza e cioè di quel valore ideale dell’eguaglianza cui il socialismo è stoicamente legato; e che in un tempo, come il nostro, in cui le disuguaglianze si stanno mostruosamente allargando, mi sembra di vivissima attualità.
Del resto, l’affermazione dell’inattualità della socialdemocrazia non è certo cosa grave, anche perché manca di quella freschezza che solo la sorpresa conferisce. E qui non c’è nessuna sorpresa dal momento che, da quando è nata, un secolo e mezzo abbandonante fa, la socialdemocrazia è stata oggetto di continui annunci di morte. Chi avesse il tempo per farsene un’idea potrebbe utilmente consultare la monumentale «storia del pensiero socialista» di G.D.H. Col, in cinque bei volumi tradotti e pubblicati, nell’ormai lontano ’68, dall’editore Laterza.
Ciò che immalinconisce è, appunto, la ripetizione. Soprattutto quando evoca, per malaugurata analogia, il “nuovismo reazionario”: quello, ad esempio dei neocon, (mai neologismo fu più appropriato, specie se tradotto in francese) con i loro annunci che tutta l’Europa è vecchia e decadente e l’America è giovane e fremente: che la prima è Venere (e ci sarebbe ben poco da dolersene, se così fosse) e la seconda è Marte (e ci sarebbe poco da preoccuparsene, data la scarsa perspicuità del personaggio). Il fatto è che il nuovismo ad ogni costo corre il rischio di diventare vecchismo a costo basso.
L’insidia che esso cela, nelle ingannevoli pieghe della sua toga, è quella del “postismo”. E cioè di quella moda di annunciare ogni evento come un avvento, ricorrendo a significati privi di significato. Superata ogni filosofia, liquidata ogni ideologia, e in attesa che al posto di quel vuoto qualcuno ci ficchi un nuovo pieno, si ricorre alla categoria del post. Più che profeti del futuro, i novisti diventano allora postini del niente. Post-comunismo, post-capitalismo, post-modernismo, naturalmente post-socialdemocratismo: e via posteggiando.
Ma poiché Francesco Rutelli è uomo di indubbia intelligenza, mi assale il sospetto che, se ricorre a “repubbliche inesistenti”, come il postismo, lo faccia non per ferma convinzione, ma per crearsi uno spazio politico tutto suo: non una questione ideologica, ma una topologica. Così, però, inavvertitamente, cade in una seconda insidia: che è quella di iscriversi al grande partito dei cercatori dell’Essere (o dell’Esistere? grande dilemma heideggeriano): alla tribù dei cacciatori e raccoglitori di Identità: che è ansiogena patologia di tutti coloro che ne hanno difetto.
Secondo me sbaglia. Perché si rischia di gettarsi un futuro alle spalle. Di entrare nel secolo ventunesimo “apparteddietro”, come dicono a Roma. E quindi di non vedere proprio quel che di nuovo c’è, non immaginario, nei grandi racconti di una storia che, suo malgrado, continua. Fassino ha fatto bene a ricordargli che ci sono tra noi, in Europa e non soltanto lì, uomini e idee del “vecchio” socialismo molto più aggiornati e realistici di quanto siano le chiacchiere futurologiche della metapolitica post-democratica.
Penso dunque che la sua battutaccia, ritoccata poi da lui stesso nelle solite imprecise precisazioni giornalistiche, sia frutto non di riflessione convinta, ma di qualche ansia “posizionale”. In tal caso, mi permetterei di rassicurarlo. Un politico intelligente come lui, il posto non ha bisogno di cercarselo nel postismo: lo ha già, in un’Alleanza che ha bisogno non di infradistinguersi, lacerandosi e tormentandosi al suo interno, ma di consolidarsi, invece, attorno a una leadership davvero indiscussa e ad un progetto non annunciato vagamente, ma costruito con immaginazione e pazienza: cui egli può sicuramente dare un contributo prezioso.
Il vero rischio che corre, nel ricorrere un postismo inesistente, è di diventare postumo
In realtà questo post è stato scritto lunedì 10 ottobre 2005…
alla faccia del low-post