Pensare troppo a volte fa male, vero?!
guida per chi deve usare il cervello, non potendo servirsi di altre qualità
quando penso lo sforzo che devo compiere è grande e dispendioso di energie, al punto tale che mi viene il mal di testa. penso e ripenso, mi concentro su tutti i possibili nessi logici tra le cause e le conseguenze alle quali penso, sul come, sul cosa, sul quando, e poi anche magari sul perché penso. ma non riesco a capirne il motivo, mi scappa sempre la risposta.
da bambino abitavo in un posto tra quelle che da noi si chiamano rive (o ripe). la chiesa era lì sopra sulla ripa, davanti a casa mia. per raggiungerla, però bisognava fare un giro più lungo. si risaliva verso la strada statale, si proseguiva lungo la strada asfaltata verso il centro cittadino, e si raggiungeva il piazzale della chiesa. io conoscevo bene però anche la ripa che dal quartiere della chiesa scendeva verso casa mia. era meta per i miei giochi estivi, dove mi immaginavo a metà tra un personaggio dell’ultimo dei moicani, uno dei ragazzi della via pal o qualcuno tra i pirati al servizio di long john silver. era il mio mondo.
la strada invece no, non era il mio mondo. la strada per me diventava più indecifrabile di una fitta coltre di acacie. tutta quella forma levigata, definita. le ombre così nette, che quando faceva caldo in estate potevi sapere l’ora, anche se non avevi mai visto una meridiana. quelle strade di asfalto che si squagliavano a luglio e che se non prestavi attenzione diventavano fatali, alle scivolate, nei giorni di piogge torrenziali.
la strada dove era pieno di gente, durante tutti i giorni della settimana. c’era chi si muoveva per andare a comprare il pane, chi il giornale, le macchine che passavano. e le ripe invece, dove vivevo quasi in solitaria, con pochi compagni di avventura, davvero pochi.
che non ti fregava poi tanto in quanti eri lì, in mezzo alle ripe. perché intanto, poi, qualcosa da fare lo trovavi sempre. e uscivi casa, e tua madre ti vedeva sgattaiolare sotto il tavolo subito dopo pranzo, e rientravi quando da lontano vedevi la macchina di papà arrivare per andare a cena. avevo fatto persino una capanna, nelle ripe, ammassando delle assi di legno e pezzi rotti di albero trovati lì per caso, in mezzo alle acacie ed ai pioppi, per creare insieme ai miei compagni di avventura un piccolo rifugio. c’era persino il ruscelletto dell’acqua. e qualche utensile abbandonato da qualcuno che considerava quel luogo una zona perfetta, dove scaricare magari i propri rifiuti metallici. insomma, ci si poteva quasi vivere.
ma c’erano momenti in cui bisognava abbandonarla la riva. specie nelle stagioni diverse dall’estate; quando pioveva, oppure nevicava, ché era difficile camminare lì dentro in mezzo a tutta quella melma, soprattutto quando a casa era tua madre ad aspettarti sull’uscio della porta.
e la domenica allora era il giorno della tragedia. perché sulla strada per andare alla messa c’erano i ragazzini della strada. persone più grandi di me di qualche anno, non di più. il più grande aveva, forse, 5 anni in più di me. eppure quelli erano teppisti, e sembrava non aspettassero altro che incontrare me quando andavo a messa, per venire per lo meno a darmi fastidio, se non ad importunarmi e qualche volta anche a minacciarmi di prendermi a calci.
ed io già a quell’epoca ero un pacifista. non amavo gli scontri ed i litigi, specie con quelli che conoscevo e verso i quali potevo al massimo aver nutrito un sentimento di invidia per quando, a scuola, loro si presentavano all'intervallo con la focaccia o la pizza comprata dal panettiere, mentre a me spettava il panino di prosciutto cotto o con il ben più sfigato formaggio, o, al massimo, nei giorni di massimo eccesso, con il kinder cereali (mia mamma diceva questa merenda almeno è nutriente, chi glielo poteva spiegare che per me invece era "da checche".
loro invece sembrava venissero a cercare sempre me. inutile qualunque tipo di alleanza con altri compagni, o amici. Il bersaglio ero sempre io. chissà poi perché. solo un paio di volte se l’erano presa con acciuga, ma lui perché c’aveva il papà sbirro, e per di più tutti e due i genitori “terroni”, come dicevano loro. io, mezzo sangue, almeno da questo punto di vista riuscivo a passarne indenne. però acciuga era un autentico picciotto napoletano, vendicativo quanto basta e che sapeva menare. io no.
una volta preso dallo sconforto, ho pensato. ho pensato fino a farmi venire il mal di testa, proprio come un matto per trovare la soluzione. usare la ripa per risalire alla chiesa, senza passare dalla strada statale e evitare così nel piazzale antistante al luogo sacro l’incontro con quelle canaglie.
lo feci. ma la strategia era attuabile solo d’estate. la fortuna per una volta mi assistette. cambiavo casa.
bambini bastardi intenzionati a menarmi, fottétevi! non mi avrete più!