e finalmente oltre alle foto arrivano anche le famose recensioni di cui avevo tanto parlato.
in quest’ultimo periodo attivissima cinefilìa...finita un po' col "botto", ieri sera, ma vabbè
e finalmente oltre alle foto arrivano anche le famose recensioni di cui avevo tanto parlato.
in quest’ultimo periodo attivissima cinefilìa...finita un po' col "botto", ieri sera, ma vabbè
:: la festa dei papà ::
oggi è la festa dei papà, e gli facciamo a tutti gli auguri!
io intanto ho approfittato per scrivere di nuovo qualcosina su alter:
per chi ama musica, il concerto dei marlene kuntz sabato scorso al teatro toselli di cuneo
per i cinefili, la recensione di truman capote, con la stupenda interpretazione di philip seymour hoffman
:: a san patrick la guinnes la bevi verde ::
un anno fa ero qui… che giornata…! 
grazie a henri conobbi tra l’altro 2 ragazze eccezionali, lei, l'amica flavie ed emilie.
oggi è anche l’onomastico di patmoon, ossia il babbo. in ufficio abbiamo mangiato la torta per festeggiarlo… ma l’anno scorso bevevo
bbbbbbiraaaaahhhh… 
come ho vissuto questo st. patrick? lavoro, prima a cuneo, poi in giro con patmoon in un paio di banche, e chiusura in ufficio a mondovì.
esperienze bucoliche I: sembra che i fatti di parigi stiano venendo a galla, oggi ne hanno parlato in modo più ampio anche il tg1 e quello di canale5. forse se ci scappa il morto ne parleranno anche studiaperto e fede. chissà..?! (satira politica)
esperienze bucoliche II: è arrivato il biglietto per berlino! è bellissimo! 
:: Berlino è morta, viva Berlino! ::
non ho mai visto berlino, dicono che sia una città molto interessante.
c’è chi come giorgio il metallaro (compagno di concerti hardcore punk, vedi i Converge, di cui io non conoscevo neanche l’esistenza) che sostiene sia una delle più belle città d’Europa. Tutte le volte che può ci torna, ma proprio volentieri.
c’è chi come lyra che c’è finita a viverci.
c’è chi come fisa che la conosce, dovendoci lavorare a stretto contatto visto che lui è su bayern munich.
c’è chi come… non ricordo chi … ma che dice che berlino sia stata la culla della civiltà del punk Italiano
c’è chi come bogo che ne ha esaltato la presenza dei MK per la preparazione di una delle ultime loro fatiche (nel senso etimologico del termine).
c’è chi come lucy che ci va a studiare
…ed io a trovarla …e io ora ho il biglietto aereo! Contento.
è l’unico pensiero in cui riesco a tuffarmi in queste ore.
per non pensare allo “scontro” (si fa per dire) politico di stasera tra i duellanti, che però, ahi noi, non saranno keith carradine e harvey keitel, neanche tra il Signor Gaber e il Signor G, ma tra il signor B e il signor P.
per non pensare troppo ad una notizia poco approfondita sulle reti nazionali a proposito di quello che sta succedendo in francia, a proposito del nuovo Contract de Premier Embauche (CPE), per cui gli studenti transalpini hanno deciso di mettere a ferro e fuoco le università. sarebbe curioso di sapere cosa ne verrà fuori.
per il momento preferisco pensare a berlino, e godermi il mio biglietto con partenza il 22 aprile e ritorno il 25 sera. salto la festa della liberazione, mi spiace… ma forse forse… povera italia. povera francia. solidarizzo, comunque, a priori con gli studenti e le loro preoccupazioni sul proprio futuro. chiedere asilo alla signora Angela...
sembra davvero difficile trovare un posto dove andare.
:: henri salvador e la sua sua jardin d'hiver ::
come dicevo nel post di ieri, sono stato a roma, lo scorso week-end (il primo di marzo), e questo è un po' ciò che mi è accaduto.
Henri Salvador e la sua Jardin d’Hiver che suonano in testa e nell’aria di questa capitale assonnata nel primo calore di un inverno che oramai volge al termine. Calore, aria che spazza le poche foglie ancora rimaste per strada, insieme alle cartacce ed alle lattine di birra lasciate cadere lungo i marciapiedi.
Mi sento un po’ come Henri Salvador, in preda alle malinconiche immagini che vibrano attorno al suo Jardin d’Hiver. Les années qui passent… nulle ne peut nous entendre… come questa città che vive come incastonata in una vita magica, in cui tutto il rumore e gli schiamazzi delle persone fuori dalle botteghe nelle strade del centro viene quasi ovattata. Una visione quasi onirica, che sicuramente non assomiglia minimamente a quella che è la realtà, ma in cui quasi senza rendermene conto mi tuffo quando vengo a Roma.
I capelli di Emma svolazzano al suono di questa Bossa coloniale, che poco fa pensare alla Roma piena di vita vista in questi giorni. Una soffitta a due passi dalla cupola di San Pietro, in bella vista, lì davanti, con il vento che spazza i panni stesi sul tetto a terrazzo della casa di fronte. Le luci del giorno che dolcemente si attenuano per far posto a lumini e bagliori da dietro la finestra. Il pianoforte a fianco allo stereo in cui ascolto Salvador.
Emma rientra dal balcone. Ha appena finito di fumare una sigaretta, sembra far freddo, sembra quasi che abbia paura che possa fare più freddo questa sera. Io non so ancora bene cosa farò. Ho sentito Robert, potrebbe darsi che lo incontri questa sera o uno dei prossimi giorni. Avrei tanto bisogno di vederlo. Di sapere che fare di questa borsa che oramai mi porto dietro ovunque vado.
Quando mi si chiese di tenerla, e portarla a destinazione, sembrava fosse cosa da poco, che il tutto si estinguesse in un nulla.
“Non ti preoccupare, mi dissero, pochi giorni e tutto sarà risolto”.
Oramai, sono passati più di tre mesi ed io rimango ancora qui a non sapere che farne.
Robert mi disse di stare tranquillo, anche quando, giunto a Torino, mi chiesero di passare la borsa dentro il loro detector. Non so bene perché, ma vennero a cercare proprio me. Ad occhi chiusi. La polizia ferroviaria alla stazione di Porta Nuova.
Così come all’aeroporto quando mi chiesero di portare, con quella stessa valigia, un carico a Dublino. Incontrai Carles in un pub vicino al Trinity College. Gli lasciai il carico che mi avevano chiesto di portagli. Mi chiese com’era andata a finire con la borsa azzurra; gli risposi che avevano preferito che la tenessi con me. Al ritorno, dovetti fare uno scalo a Parigi. In quell’occasione nessun problema, nessun controllo, sebbene avessi dovuto ritirare tutti i miei bagagli e fare un secondo imbarco. Al rientro invece in Italia fu come alla stazione di Porta Nuova. Sempre a Torino, questa volta all’aeroporto di Caselle. Passai anche all’uscita i bagagli al detector. Vennero a cercare solo me, mi fecero il controllo e mi lasciarono passare.
Emma sembra non preoccuparsi, non mi ha mai chiesto nulla in proposito. Forse perché sa che io non potrei darle molta soddisfazione perché non saprei dirle tanto di più. Siamo scesi in strada, abbiamo fatto due passi in mezzo alla gente, passeggiato sui sentieri del foro romano e attraversato le botteghe del ghetto ebraico e di campo de’ fiori.
L’ultimo nostro incontro, un saluto abbastanza freddo, con la neve che ci cadeva in faccia, si era chiuso alla stazione. Rientrando dalla Francia. Non avevamo parlato per quasi tutto il viaggio. Entrambi immersi nei nostri sogni, pensierosi e dubbiosi su quello che avrebbe potuto offrirci il domani. Ed il domani, quasi per gioco, è di nuovo qui. Prima la neve, il freddo, la necessità di tirar su di naso, per il gelo che si attaccava ai baffi e sotto al naso, ora il vento che scompiglia i capelli e ti prende alla fronte, alle tempie e quasi ti schiaffeggia.
Emma non mi ha mai chiesto della borsa. Non sono ancora riuscito a capire perché, se si fida, se non le interessa, se per qualche assurdo motivo questa mia storia di portare su e giù in giro, in qualunque luogo vado o mi mandano, questo inutile strumento che più passa il tempo più si trasforma in un inutile fardello. Non mi chiede se voglio una mano, quando mi vede appesantito da altri carichi. Sta, quasi con un pizzico di insolenza, a guardare, ad osservarmi. Ma non mi chiede assolutamente nulla. Se rispondo al telefono, alza lo sguardo, impercettibilmente, verso di me, se mi assento un attimo, mi chiede immediatamente quanto tempo penso di assentarmi, per quale ragione, cosa penso di fare una volta rientrato. Penso che sia il suo modo di starmi vicino, mai invadente, a volte mi sembra quasi che se ne freghi un po’. Ed io glielo faccio notare, con un po’ di dispetto, forse proprio perché indispettito io stesso, anche se cerco di farle pensare il contrario.
Forse sarà perché a lei piace Henri Salvador e Charles Trenet, mentre io amo Ferré, Brassens o posso spingermi, al massimo oltre la Mosa, fino a Jacques Brel. Una volta Eugène mi ha fatto ascoltare Aznavour, non mi è dispiaciuto. Tutto ciò che nella musica francese non è sospirato o sussurrato, fatta eccezione, forse un po’ per Brel (ma c’è da dire che lui era Belga, anche se i Francesi, quando vogliono se ne dimenticano un po’), questo è ciò che mi piace. La pomposità, quello spirito sfrontato, al limite dell’altezzoso, di chi ha voglia da vendere di camminare a testa alta, magari di sbattere la testa con delle sonore zuccate, ma che ha voglia di risollevarsi ed andare avanti.
Un lumino dalla finestra di fronte. L’immagine di Emma, riflessa dal vetro, allungata sul letto, stanca, dopo lo svenimento pomeridiano alla mostra al vittoriano. Sospira. Non so se restare qui con lei, a chiacchierare, oppure uscire un po’, così lei si riposa.
Vada per la seconda opzione. Mi vesto in fretta, dico che esco, a fare due passi, per prendere le sigarette. Mi chiede se mi deve aspettare per la cena, a che ora, quanto penso di stare fuori, se esco da solo.
Esaudisco la sua sete di starmi accanto. Raccolgo le mie cose, la borsa, il paltò, il cappello ed esco. Il vento è freddo, tira un’aria pungente, ché se non ci fosse la tramontana non dico che si potrebbe camminare senza giubbotto, ma quasi. Scendo giù verso il centro a piedi. Magari a San Pietro prendo un autobus, ma per il momento mi va bene di marciare un po’. C’è tanta gente a quest’ora del pomeriggio. I negozi hanno riaperto da poco. C’è già qualcuno, tra quelli che lavorano negli uffici invece che inizia ad uscire. Qualche spesa, un cicchetto al bar prima di rientrare a casa a far cena. Qualche suora o un paio di preti, per lo più centro africani o dall’estremo oriente, che risalgono dalla Basilica. Ragazze con la panza scoperta, occhiali scuri enormi scesi sugli occhi anche se oramai il sole sta quasi per tramontare, walkman nelle orecchie, lo zaino a coprire il lembo di carne che separa le mutande dal giubbotto e un pezzo di pizza in bocca, che si strillano e si spintonano l’una con l’altra mentre passeggiano.
Arrivo alla fermata dell’ottocentoottantuno. Mi porterà al capolinea, in via Paola. Da lì un pezzo di via Giulia, prima di infilarmi in via dei Calzaiuoli, prima di incontrare Robert a Campo de’ Fiori. Ci siamo appena sentiti. Lui è libero, faremo quattro chiacchiere. Solitamente quando ci vediamo in questa zona della città, la nostra meta preferita è un Hostaria vicino alla statua del filosofo bruciato al rogo. Stavolta, stranamente si opta per un caffè sulla piazza, troppo presto per un aperitivo vinoso a stomaco vuoto.
Robert, è sempre lui. Anche adesso che gli anni si sommano sul groppone, riesce ad avere sempre un’aria da ventenne.
Fanno eccezione i capelli, forse.
La chiacchierata giunge subito al dunque. Ci si trova sotto alla statua.
“Andiamo qui a fianco”, dice lui. Ci sediamo.
“La borsa – senza lasciare che incalzi, gli dico – vorresti sapere dov’è?!”. “Non ti preoccupare, concludo, è sempre con me, non me l’ho mai persa di vista”.
“E dov’è ora, allora?” giustamente riprende lui.
“A casa. Intanto Emma non è uscita” lo tranquillizzo io.
La conversazione scorre liscia, soprattutto quando, dopo il primo caffè, iniziamo a andar giù di nicotina e Martini. Robert parla. Si accoccola meglio sulla sedia. Si allontana e si avvicina da me con movimenti regolari, ondulatori, che quasi mi fanno venire il mal di mare, soprattutto ora che la testa mi gira un po’, visto il numero di bicchieri di Martini vuoti sul tavolo. Mi sporgo in avanti. Robert mi deve dire qualcosa.
Ma non ci sono più. Un lampo. Un suono sordo e cado a terra. In poco meno di un secondo la vista mi si annebbia. Vedo sempre meno. Gli occhi mi si chiudono. Non vedo più. Non ci sono più. Dov’è Robert, dov’è Carles, dov’è Henri Salvador, dov’è Emma?
Apro gli occhi. Mi sveglio di colpo. Sudato fradicio. Ancora neve fuori dal finestrino, di nuovo. Le cuffie del walkman appoggiate sul tavolinetto davanti a me, con la musica di Henri Salvador che stenta a venir fuori. Il treno ora si muove. Fa caldo. Emma è davanti a me. Meravigliosa come il tramonto che si affaccia al finestrino, come Roma nei giorni di aprile alle sei di pomeriggio. Emma è ancora qui, al mio fianco. Chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora.
per chi si fosse perso il primo capitolo è possibile leggerlo qui .
intanto, in compenso vado avanti, agisco produco e, per quanto mi è possibile mi diletto. continua a mancarmi molto l'idea del viaggio, il senso di straniamento di quando mi sento all'estero, forse anche un po' la voglia di lasciare questo posto in cui vivo che amo moltissimo, a cui mi sento legato da un cordone ombelicale molto forte, ma che a volte mi sta anche un po' stretto.
uno fa i conti un po' con sè stesso, con i propri limiti, con le proprie speranze, ma anche con la realtà delle cose, ed è anche un po' questo che viene fuori dal secondo capitolo di questa storia (il primo lo si può leggere qui). il primo titolo, perchè ora voglio pisciare proprio lungo - come si dice con un gergo un po' più colorito - potrebbe essere corsi e ricorsi disogni e visioni (capitolo primo e capitolo secondo)
la cosa molto positiva è che per la prima volta ho un idea abbastanza organica in testa, che si sta sviluppando pian piano. unico problema è che mi rendo proprio conto di non essere uno scrittore e quindi anche per cercare le idee ci metto tanto tempo e molta fatica, così quando ne arriva una, la prima, un po' un po' buona cerco di non farmela scappare, poi chissà se sia effettivamente oppure no.