buon anno a tutti! ecco come ho passato il mio ultimo giorno dell'anno.
Vista su Notre Dame: capodanno 2006
Arrivo alla stazione di Saint Charles. Le quattro del pomeriggio. Il viaggio è stato lungo. Il passaggio attraverso le montagne alpine, Lione. Il TGV, attenzione alla dogana. Rimanere calmo, impassibile. Non dare l’impressione ad alcuno, di dirigersi verso il sud. Parlare poco, leggere riviste capaci di passare inosservate, Le Monde, Il Corriere della Sera, al massimo al massimo Gli Spietati o Les Irrokuptibles. Nessun libro, nessuna agenda su cui scrivere. Un banalissimo panino di prosciutto cotto e formaggio ed un’altrettanto banale borsa blu, a tracolla, di quelle che fanno capire che sei solo un giovane e povero emigrante del terzo millennio. Valigia o zaino in spalla, coi tuoi trent’anni ed i venti di studio sulle spalle, alla ricerca della stabilità, del lavoro, delle certezze e delle prime conferme. Ma cosa sono poi le conferme?!
Il treno passa veloce sotto i tunnel, le gallerie; la neve pian piano si scioglie, scendendo giù sempre più velocemente, fino all’imboccatura del Rodano, dove sembra già primavera. Aix è bella, austera e regale, come sempre. Una piccola città che potrebbe far quasi pensare all’Austria. Piove, e questo rende il paesaggio alquanto innaturale, giacché qui di pioggia se ne vede davvero poca durante l’anno.
Mi infilo in una brasserie, bar bistrot che sia, in Cours Mirabeau. Una delle ultime in fondo, rispetto alla statua del Roy Réné. Devo ammazzare il mio tempo; non tanto, ma un’oretta almeno prima di scendere nel peggior porto di mare del Mediterraneo; dove la feccia la senti prima di arrivare al porto, dove l’odore ti si appicca addosso e non lo scrolli più, ti diventa una seconda pelle addosso e ti rimane nelle narici fino in fondo.
Il treno per Saint Charles partirà alle 17. Resta un’ora. In questo bar del salotto bene della Provenza. I giovani al tavolo vicino, non sono che un’indegna rappresentanza del coattume imperante che domina questi luoghi: la musica da discoteca rimbalza da un cellulare, forte, tra le pance scoperte, gli orecchini a cerchio giganteschi, le frange ed i seni, ben poco imbottiti, di quattro ventenni che si pavoneggiano e strusciano addosso a due baldanti giovani, fieri e orgogliosi della propria ributtante e pura francesità. Li guardo. Potessi, me ne fosse data la possibilità, non ci penserei due volte. Un colpo in fronte, ad ognuno di loro, ed un metro quadrato in più di spazio per vivere per tutti gli altri.
Mi scoccio, il fumo, anche quello della mia sigaretta, mi infastidisce, mi entra negli occhi, annebbia la vista e mi fa uscire di testa. Decido di uscire. Direzione stazione. Trenino per Saint-Charles.
Manca ancora un po’ di tempo, così mi appoggio ad una panchina nella sala d’aspetto della gare. Mi accoccolo e cerco di riposare un po’. Questo viaggio sta diventando lunghissimo e sono stanco. Non riesco neanche più a pensare a quante ore sono già trascorse dalla mia partenza.
Finalmente il treno si muove; al rallentatore, ma si muove. E dopo una mezz’oretta si vede le chateau d’If.
Eugène è già lì, sul binario, con la sigaretta in mano, tra indice e medio della mano sinistra. I suoi capelli sono ancora nero corvino, ma il viso, si vede, inizia ad essere segnato dal tempo e dal vento che sbatte sulla sua faccia nelle notti d’inverno passate a pescare sul molo. Il suo è un saluto secco, quasi duro, quasi inospitale. È difficile vedere sciolto Eugène in queste circostanze. “Enfin!”, dice con la sua voce roca. Il suo italiano è ancora molto approssimativo, anche se sono anni che mi ha promesso di dedicarcisi con maggior impegno.
“Sarà una lunga notte”, mi dice, mentre ci incamminiamo a cercare la sua bagnole. “In tanti hanno saputo del tuo arrivo …e vogliono tutti vederti! Nessuno escluso.” Saliamo sulla sua vecchia Simca bianca. “Non c’è tanto da fare”. Eugène si è spostato. Ha déménagé, lasciando così una volta per tutte, dice lui, le viuzze che tagliano la Cannebière. “La Timone è comunque vicina al centro e dà meno fastidi!”.
La Simca si muove, come il treno; piano, ma si muove. Arriviamo dopo qualche sali e scendi alla Timone. Zona est della città. Verso Aubagne. Una serie di casermoni, uno vicino all’altro. Immersi nel verde. A darti l’impressione di non essere in un casermone, ma in una piacevole zona residenziale.
Ci apre la porta finalmente Gaël. Con il suo straccetto per preparare la cena. Entriamo in casa. È bella, spaziosa, poche cose appese; e molto luminosa, sembra. In tavola ci sono già le tartine per l’aperitivo pronte. Eugène mi fa vedere l’appartamento, mettiamo la borsa in camera. “È meglio farla sembrare una normale borsa da viaggio anche qui a casa, dice. Gaël non sa nulla!” E torniamo in soggiorno per l’aperitivo. Questa donna è eccezionale in cucina. Anche se viene dal profondo nord, davvero brava. Mangiamo con calma, bene. Ci scoliamo una bottiglia di Champagne, un bianco giallastro e due Côtes de Provence. Io avverto il colpo, soprattutto per colpa dell’iniziale Champagne.
Ci prepariamo. Gaël pensa che stiamo per trascorrere una normale serata di fine anno. Le reveillon. Non sa che Eugène ha ricominciato da dove aveva lasciato l’ultima volta, tradendo la sua fiducia, e forse anche la mia. È una serata anomala. Poca gente in giro, la città in questa zona sembra abbastanza tranquilla. Doveva esserci anche Lou. Un imprevisto: “l’aria è malsana, come sempre. Umida. Ti prende alla gola. Morde e non fugge”. Sintetizza Eugène. Poi cambia discorso, repentino, quasi che i due argomenti però fossero legati. “Guarda si vede Notre Dame de la Garde. Si vede anche da casa mia, sai. Quando il proprietario mi ha fatto vedere l’appartamento siamo entrati, ho dato un’occhiata veloce alle stanze e poi ho chiesto verso quali direzioni davano le finestre. Il padrone mi assicura che il balcone dà verso il vieux port. Mi dirigo lì. E si vedeva Notre Dame. Anche se Gaël non fosse stata d’accordo, in quel momento, avevo deciso che sarei andato ad abitare lì”.
Ci infiliamo finalmente nel locale previsto. La roba è rimasta a casa. Un primo contatto. Il buttafuori ci squadra. Eugène, lui, non lo conosce, né tanto meno Gaël. Entriamo. Ambiente scuro. Pareti nere. Soffitto nero. Gente che si muove e balla, musica anni ’80. francese. Reneaud. Vanessa Paradis. Gainsbourg in No Comment.
C’è un secondo piano, un ammezzato che guarda sulla pista da ballo. “Thomas ci attende là”, dice Eugène. Saliamo. Ci saluta. Sono trent’anni che Thomas vive a Marsiglia. Ha cancellato il vecchio Carles Laporta, per un più facilmente franco-italiano Thomas Pedretti, ma non ha perso quel suo dannato accento spagnolo. Lui è il Marsigliese. Lui, il capo dei capi. Anche Eugène rispetto a lui conta quanto il due in una partita di briscola. Lui vuole la mia roba, ma non ora. Non adesso. Vuole vedere se ho avuto il coraggio di tornare da lui; a sei anni di distanza, dopo il guaio che gli ho provocato con la dogana tedesca in un giro di spaccio con degli Svizzeri.
Parliamo un po’, del più e del meno. Del freddo in Italia, e del sole a Marsiglia. Della birra, del Marsiglia in coppa Uefa, e dei francesi che anche quest’anno non vinceranno il Tour de France.
Mi annoio. Anche Gaël è lì che si annoia. Eugène ha preso la sua birra e parla nell’orecchio di Thomas. Il rumore è assordante. Non se ne potrebbe fare a meno, vista la serata. In più il locale è piccolo, e soprattutto pieno di gente. Si è riempito. In un nanosecondo. La ressa è in pista. Parte la versione francese di Rock & Roll Robot. Gaël si scatena. Io la seguo. Con calma. Scendendo giù le scale, accendendomi una sigaretta. Rimanendo lì, a sorseggiare la mia birra corsa ed a guardare la donna del mio migliore amico, ballare, leggiadra, giovane negli occhi, nonostante le rughe sul suo viso ed i suoi quarant’anni.
Mi lascio sedurre da questa serata, dai suoni a me tanto cari. Passano in sequenza i Cure, i Police con Don’t Stand So Close to Me, Joe Strummer e la sua Rock the Kasbah. Ah, dirlo ora, Rock the Kasbah. A Marsiglia. La Algeri del continente europeo.
Sale tutto su per il naso e dentro agli occhi, come il profumo della ragazza che mi sta affianco. Forte, un odore non troppo femminile, abbastanza secco, e soprattutto poco dolce. È a pochi centimetri da me; di distanza, ma non di altezza. Non è una stanga, e il gradino inferiore rispetto al mio la rende di altri 15 centimetri irraggiungibile. Sembra carina, capelli lunghi, mossi, scuri. Scambiamo per caso lo sguardo. Deve essere d’origine araba, sembrerebbe, anche se la carnagione particolarmente chiara lascia qualche dubbio. Occhi truccati, tutta vestita di nero.
Iniziamo a parlare, e il tempo passa. Senza quasi lasciar passar tempo, rimango con una bottiglia di Colomba in mano. Mi assento pochi secondi dalla mia interlocutrice, per prendere la bottiglia al bancone poco distante, e torno a parlare. Lì. Appoggiati al muro da cui partono le scale.
Abbiamo cambiato posizione. Io sul gradino più basso, lei su quello più alto. Così che ci si possa guardare negli occhi. E già non ci sono più. Sarà l’alcol in corpo, o il profumo del suo corpo, ma mi sento già innamorato.
La conversazione scorre liscia. Così come l’alcol nelle mie vene e la nicotina in alveoli e polmoni. Fa per avvicinarsi, come a dirmi qualcosa. “è mezzanotte, buon anno!” Mi sembra di vedere Eugène e Thomas scendere le scale. Ma non ci sono più. Il mio sguardo è solo per Emma. Si avvicina al mio orecchio, ancora di più. Mi sporgo in avanti. Sento la sua mano che sta per cingermi il busto. E non ci sono più. Un lampo. Un suono sordo e cado a terra. In poco meno di un secondo la vista mi si annebbia. Vedo sempre meno. Gli occhi mi si chiudono. Non vedo più. Non ci sono più. Dov’è Gaël, dov’è Thomas, dov’è Eugène, dov’è Emma?
Apro gli occhi. Mi sveglio di colpo. Sudato fradicio. C’è la neve fuori dal finestrino, di nuovo. Ed il treno è fermo. Fa caldo. E Emma è davanti a me. Bella come il sole, come Marsiglia che abbiamo lasciato da quasi un giorno. Siamo di nuovo nell’anno nuovo, abbiamo passato la mezzanotte del 2006 da poco più di 24 ore. Emma è qui, al mio fianco. Da più di un anno adesso. Chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora.