martedì, 31 gennaio 2006

Pensare troppo a volte fa male, vero?!

guida per chi deve usare il cervello, non potendo servirsi di altre qualità

 

quando penso lo sforzo che devo compiere è grande e dispendioso di energie, al punto tale che mi viene il mal di testa. penso e ripenso, mi concentro su tutti i possibili nessi logici tra le cause e le conseguenze alle quali penso, sul come, sul cosa, sul quando, e poi anche magari sul perché penso. ma non riesco a capirne il motivo, mi scappa sempre la risposta. 

 

da bambino abitavo in un posto tra quelle che da noi si chiamano rive (o ripe). la chiesa era lì sopra sulla ripa, davanti a casa mia. per raggiungerla, però bisognava fare un giro più lungo. si risaliva verso la strada statale, si proseguiva lungo la strada asfaltata verso il centro cittadino, e si raggiungeva il piazzale della chiesa. io conoscevo bene però anche la ripa che dal quartiere della chiesa scendeva verso casa mia. era meta per i miei giochi estivi, dove mi immaginavo a metà tra un personaggio dell’ultimo dei moicani, uno dei ragazzi della via pal o qualcuno tra i pirati al servizio di long john silver. era il mio mondo. 

 

la strada invece no, non era il mio mondo. la strada per me diventava più indecifrabile di una fitta coltre di acacie. tutta quella forma levigata, definita. le ombre così nette, che quando faceva caldo in estate potevi sapere l’ora, anche se non avevi mai visto una meridiana. quelle strade di asfalto che si squagliavano a luglio e che se non prestavi attenzione diventavano fatali, alle scivolate, nei giorni di piogge torrenziali.

 

la strada dove era pieno di gente, durante tutti i giorni della settimana. c’era chi si muoveva per andare a comprare il pane, chi il giornale, le macchine che passavano. e le ripe invece, dove vivevo quasi in solitaria, con pochi compagni di avventura, davvero pochi.
che non ti fregava poi tanto in quanti eri lì, in mezzo alle ripe. perché intanto, poi, qualcosa da fare lo trovavi sempre. e uscivi casa, e tua madre ti vedeva sgattaiolare sotto il tavolo subito dopo pranzo, e rientravi quando da lontano vedevi la macchina di papà arrivare per andare a cena. avevo fatto persino una capanna, nelle ripe, ammassando delle assi di legno e pezzi rotti di albero trovati lì per caso, in mezzo alle acacie ed ai pioppi, per creare insieme ai miei compagni di avventura un piccolo rifugio. c’era persino il ruscelletto dell’acqua. e qualche utensile abbandonato da qualcuno che considerava quel luogo una zona perfetta, dove scaricare magari i propri rifiuti metallici. insomma, ci si poteva quasi vivere.

ma c’erano momenti in cui bisognava abbandonarla la riva. specie nelle stagioni diverse dall’estate; quando pioveva, oppure nevicava, ché era difficile camminare lì dentro in mezzo a tutta quella melma, soprattutto quando a casa era tua madre ad aspettarti sull’uscio della porta.

e la domenica allora era il giorno della tragedia. perché sulla strada per andare alla messa c’erano i ragazzini della strada. persone più grandi di me di qualche anno, non di più. il più grande aveva, forse, 5 anni in più di me. eppure quelli erano teppisti, e sembrava non aspettassero altro che incontrare me quando andavo a messa, per venire per lo meno a darmi fastidio, se non ad importunarmi e qualche volta anche a minacciarmi di prendermi a calci.

ed io già a quell’epoca ero un pacifista. non amavo gli scontri ed i litigi, specie con quelli che conoscevo e verso i quali potevo al massimo aver nutrito un sentimento di invidia per quando, a scuola, loro si presentavano all'intervallo con la focaccia o la pizza comprata dal panettiere, mentre a me spettava il panino di prosciutto cotto o con il ben più sfigato formaggio, o, al massimo, nei giorni di massimo eccesso, con il kinder cereali (mia mamma diceva questa merenda almeno è nutriente, chi glielo poteva spiegare che per me invece era "da checche".

loro invece sembrava venissero a cercare sempre me. inutile qualunque tipo di alleanza con altri compagni, o amici. Il bersaglio ero sempre io. chissà poi perché. solo un paio di volte se l’erano presa con acciuga, ma lui perché c’aveva il papà sbirro, e per di più tutti e due i genitori “terroni”, come dicevano loro. io, mezzo sangue, almeno da questo punto di vista riuscivo a passarne indenne. però acciuga era un autentico picciotto napoletano, vendicativo quanto basta e che sapeva menare. io no.

una volta preso dallo sconforto, ho pensato. ho pensato fino a farmi venire il mal di testa, proprio come un matto per trovare la soluzione. usare la ripa per risalire alla chiesa, senza passare dalla strada statale e evitare così nel piazzale antistante al luogo sacro l’incontro con quelle canaglie.

lo feci. ma la strategia era attuabile solo d’estate. la fortuna per una volta mi assistette. cambiavo casa.

bambini bastardi intenzionati a menarmi, fottétevi! non mi avrete più!

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categoria:racconti, delirio, a l t e r
lunedì, 30 gennaio 2006

... al sud farà anche freddo, ma qui...

l'umidità, diceva ester sabato scorso. l'umidità a pochi passi dal mare, d'inverno, con l'aria ed il vento, vi posso assicurare che è davvero noiosa. lucy se n'è accorta solo in quel momento. week-end abbastanza freddo, a suggellare una settimana a sud del po parecchio ventosa.
vento pioggia, e freddo... ma mai quello che ho trovato qui ieri al rientro all'areoporto di caselle. e meno male che la pioggia sta tenendo su la temperatura. umidità, tanta umidità... goccia dopo goccia, dopo goccia, dopo goccia, dopo goccia.

intanto oggi è il compleanno della miacugginaIla, a cui vanno i miei auguri!
25 anni addietro, un quarto di secolo fa... incredibile.
tu sei li che li guardi, li accudisci per mangiare, togliendo loro il vasetto dell'omogeneizzato alla frutta, o facendoli cascare dal passeggino per mettertici tu...  e d'improvviso, ti dicono che sono grandi, che hanno la loro indipendenza... e che devono uscire da sole, senza che tu stai dietro agli angoli delle case per controllare che nessuno le importuni sul tragitto della scuola.

meglio non pensarci tanto, altrimenti penso alla sorella, la miacugginaLalla che, svergugnata, ha deciso di lasciare il tetto di casa, per andare a convivere...

...eh (sospiro)... è dura l'invidia...

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categoria:auguri, accadde oggi, dì lunedì
mercoledì, 25 gennaio 2006

:: manet o monet... com'è già che si chiamava...?! ::

ieri sono finalmente uscito in centro, a fare quattro passi. ho comprato il regalino per miacugginaIla che lunedì prossimo compie gli anni (l'ultimo cd di capossela) e poi me ne sono andato a vedere la mostra di manet. o monet?! non ho mai capito chi dei due fosse l'impressionista e quale il pre-impressionista... c'è sempre chi è pre- e chi è post- ... una bella cosa scrissero anni fa i CCCP sul "post"...

la mostra devo dire mi è piaciuta, un sacco di acquaforti e disegni che ti fanno capire molto. qui si può leggere tutto il racconto...

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categoria:a l t e r
martedì, 24 gennaio 2006

:: eppoi dicono che al nord fa freddo ::

sono a roma, nella sezione pesca dell'UNCI, nella postazione della miacuginaLalla, che attendo di fare il colloquio giovedì ad aprilia. intanto mi diletto e scrivo qualche post su alter lasciato da parte la scorsa settimana. che si può leggere qui.

a roma fa freddo, tira aria e c'è un freddo gelido; un freddobecco, si direbbe su da noi in piemonte. eppoidiconochalnord fa freddo! si vede il cielo azzurro e il sole è decisamente più "invitante" rispetto a quello del nord, più luminoso. sembra strano, ma è così.

la città è bella come il sole, è la città eterna...e si vede... sviolinata pazzesca, ma non ci posso fare niente, roma è sempre stata la mia città preferita. sarà anche la mia fede laziale (lazio, e non di canio, precisiamo! per quei canepazzo, bad dead boy, coccos, l'uomo del mare eccetera eccetera che mi prendono in giro a proposito dell'icona della tifoseria laziale.

s
e foste interessati, sono andato a vedere al cinema, mary di abel ferrara e l'enfant dei fratelli dardenne. su alter

intanto traggo ispirazione per mandare avanti il mio
racconto di capodanno. qualcuno invece interessato al libro nature morte di nicodube?

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categoria:viaggi, a l t e r, cuneesi al rhum
venerdì, 20 gennaio 2006

un nuovo  viaggio evvìa...

Sto preparando le valigie. direzione Roma, questa volta. la città eterna, la capitale. le mie radici. ci torno, dopo 8 mesi. tanto tempo. troppo tempo. preparo la valigia, la macchina fotografica, visto che mi toccherà passare anche un po’ di tempo in treno ed ho un po’ di libri da leggere e fotografare, tutto l'occorrente per il viaggio.

il piano di azione sembra abbastanza interessante. si parte domattina con patmoon, direzione casa della soramilvia e della soraAntonietta. domenica ci spostiamo in umbria, nel paese natale del mio nonnomonimo. poi, fino a giovedì, dietro casa del pastoretedesco in attesa dell’ennesimo colloquio che sono riuscito ad ottenere. e poi rientro venerdì prima in treno con piccola scorciatoia passando a trovare lucy e dalla penisola della nostra penisola rientro in aereo.

un po' di treno che mi permetterà di leggere, leggere e leggere… in particolare il nuovo libro di nicodube . e ascoltare nuova musica e farmi bagnare dal sole del mio amato sud.

valigia, quasi pronta; scarpe da camminare, ok; effetti personali, attenzione al dentifricio; oddio, mi devo ricordare il vestito per il colloquio… amo viaggiare, amo anche prepararmi per il viaggio, vorrei prendermi il tempo per preparare la valigia, trovo che sia una cosa piacevole… peccato che la mia pigrizia è tale da farmi rinunciare anche a questo piacere…

a proposito del mio amico nicodube, hanno scritto...

Tutto avviene come se Duberti

avesse consacrato la parte più ispirata del proprio tempo

a fuggire il proprio capolavoro,

per quanto lui possa offrire di definitivo e compiuto,

a favore di un lavoro semi improvvisato,

volontariamente incompiuto,

aperto,

in modo tale da permettere a ciascun lettore

di poterlo completare, commentarlo a proprio piacimento

tirarlo, come una coperta di Linus (questo lo aggiungo io), da una parte o dall’altra.

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giovedì, 12 gennaio 2006

:: stupore dopo stupore ::

inizialmente mi avevano detto che questa era classifica ...e poi, invece, quando meno te l'aspetti... ti dicono pure che hai vinto...  ..e quindi adesso gongolo un po'

Letture in Treno - classifica ufficiale

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categoria:autoriverenze
mercoledì, 11 gennaio 2006

non è per mostrarmi... ma per una volta che mi succede qualcosa... lasciate che me la goda un po'!

prima qui c'era la foto 

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mercoledì, 11 gennaio 2006

:: letture in treno ::

a volte capita che leggendo un libro quasi non te ne accorgi, e rimani impressionato. in modo indelebile, e cerchi di ripercorrere questo viaggio intrapreso, dando vita, e a volte anche un'immagine, stampata nella tua testa di quanto hai letto. in altre occasioni invece sei sul treno, hai dimenticato di portarti qualcosa da leggere per passare il tempo, e così ti metti a guardare fuori dalla finestra, a sognare ed immaginare...

letture in treno si è concluso, il giorno della befana. volevo già scriverne a proposito da qualche giorno. e oggi era il giorno che avevo pensato di tramutare in azione questo pensiero... poi... melpunk, adesso (prima di pranzo), mi dice di andare a vedere letture in treno. e cosa scopro...?! è uscita la classifica, e... beh... sono arrivato secondo!  che bello  ! gli occhietti mi brillano!  è quasi una vittoria per me, visto che ho sempre pensato di avere scarsa attitudine per quest'arte! che bello sono proprio contento! qui si trova la classifica dei premiati. la mia è questa.

effettivamente quella di yzma è davvero bella, anche se, forse, avevo preferite delle altre. a questo punto ne consiglio qualche d'una, stilando io una mia classifica del concorso letture in treno.

a me sono piaciute, questa di verdemilo, questa di hogart e questa di pioggia di fiori. per la categoria "un certain regard" avrei premiato invece, quasiblu, yzma appunto e f//.
altre persone di cui parlare ce ne sarebbero ancora. sicuramente le due foto "ludiche" di pianosequenza e barlafus, la studiatissima di sonetti e due scatti di emma "buà" bois ( non me ne volere, ma il francese fa brutti scherzi a me) 1 e 2. senza dimenticare, quella che secondo me è stata geniale per la sua concezione e preparazione (e il risultato, ovviamente) del fuori concorso moto browniano.

e dire che il post invece doveva essere un rimando ad alter per un trafiletto sull'ultimo film visto, a history of violence

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lunedì, 09 gennaio 2006

buon anno a tutti! ecco come ho passato il mio ultimo giorno dell'anno.

 

Vista su Notre Dame: capodanno 2006

 

Arrivo alla stazione di Saint Charles. Le quattro del pomeriggio. Il viaggio è stato lungo. Il passaggio attraverso le montagne alpine, Lione. Il TGV, attenzione alla dogana. Rimanere calmo, impassibile. Non dare l’impressione ad alcuno, di dirigersi verso il sud. Parlare poco, leggere riviste capaci di passare inosservate, Le Monde, Il Corriere della Sera, al massimo al massimo Gli Spietati o Les Irrokuptibles. Nessun libro, nessuna agenda su cui scrivere. Un banalissimo panino di prosciutto cotto e formaggio ed un’altrettanto banale borsa blu, a tracolla, di quelle che fanno capire che sei solo un giovane e povero emigrante del terzo millennio. Valigia o zaino in spalla, coi tuoi trent’anni ed i venti di studio sulle spalle, alla ricerca della stabilità, del lavoro, delle certezze e delle prime conferme. Ma cosa sono poi le conferme?!

Il treno passa veloce sotto i tunnel, le gallerie; la neve pian piano si scioglie, scendendo giù sempre più velocemente, fino all’imboccatura del Rodano, dove sembra già primavera. Aix è bella, austera e regale, come sempre. Una piccola città che potrebbe far quasi pensare all’Austria. Piove, e questo rende il paesaggio alquanto innaturale, giacché qui di pioggia se ne vede davvero poca durante l’anno.

 

Mi infilo in una brasserie, bar bistrot che sia, in Cours Mirabeau. Una delle ultime in fondo, rispetto alla statua del Roy Réné. Devo ammazzare il mio tempo; non tanto, ma un’oretta almeno prima di scendere nel peggior porto di mare del Mediterraneo; dove la feccia la senti prima di arrivare al porto, dove l’odore ti si appicca addosso e non lo scrolli più, ti diventa una seconda pelle addosso e ti rimane nelle narici fino in fondo.

Il treno per Saint Charles partirà alle 17. Resta un’ora. In questo bar del salotto bene della Provenza. I giovani al tavolo vicino, non sono che un’indegna rappresentanza del coattume imperante che domina questi luoghi: la musica da discoteca rimbalza da un cellulare, forte, tra le pance scoperte, gli orecchini a cerchio giganteschi, le frange ed i seni, ben poco imbottiti, di quattro ventenni che si pavoneggiano e strusciano addosso a due baldanti giovani, fieri e orgogliosi della propria ributtante e pura francesità. Li guardo. Potessi, me ne fosse data la possibilità, non ci penserei due volte. Un colpo in fronte, ad ognuno di loro, ed un metro quadrato in più di spazio per vivere per tutti gli altri.

 

Mi scoccio, il fumo, anche quello della mia sigaretta, mi infastidisce, mi entra negli occhi, annebbia la vista e mi fa uscire di testa. Decido di uscire. Direzione stazione. Trenino per Saint-Charles.

Manca ancora un po’ di tempo, così mi appoggio ad una panchina nella sala d’aspetto della gare. Mi accoccolo e cerco di riposare un po’. Questo viaggio sta diventando lunghissimo e sono stanco. Non riesco neanche più a pensare a quante ore sono già trascorse dalla mia partenza.

Finalmente il treno si muove; al rallentatore, ma si muove. E dopo una mezz’oretta si vede le chateau d’If.

 

Eugène è già lì, sul binario, con la sigaretta in mano, tra indice e medio della mano sinistra. I suoi capelli sono ancora nero corvino, ma il viso, si vede, inizia ad essere segnato dal tempo e dal vento che sbatte sulla sua faccia nelle notti d’inverno passate a pescare sul molo. Il suo è un saluto secco, quasi duro, quasi inospitale. È difficile vedere sciolto Eugène in queste circostanze. “Enfin!”, dice con la sua voce roca. Il suo italiano è ancora molto approssimativo, anche se sono anni che mi ha promesso di dedicarcisi con maggior impegno.

“Sarà una lunga notte”, mi dice, mentre ci incamminiamo a cercare la sua bagnole. “In tanti hanno saputo del tuo arrivo …e vogliono tutti vederti! Nessuno escluso.” Saliamo sulla sua vecchia Simca bianca. “Non c’è tanto da fare”. Eugène si è spostato. Ha déménagé, lasciando così una volta per tutte, dice lui, le viuzze che tagliano la Cannebière. “La Timone è comunque vicina al centro e dà meno fastidi!”.

La Simca si muove, come il treno; piano, ma si muove. Arriviamo dopo qualche sali e scendi alla Timone. Zona est della città. Verso Aubagne. Una serie di casermoni, uno vicino all’altro. Immersi nel verde. A darti l’impressione di non essere in un casermone, ma in una piacevole zona residenziale.

 

Ci apre la porta finalmente Gaël. Con il suo straccetto per preparare la cena. Entriamo in casa. È bella, spaziosa, poche cose appese; e molto luminosa, sembra. In tavola ci sono già le tartine per l’aperitivo pronte. Eugène mi fa vedere l’appartamento, mettiamo la borsa in camera. “È meglio farla sembrare una normale borsa da viaggio anche qui a casa, dice. Gaël non sa nulla!” E torniamo in soggiorno per l’aperitivo. Questa donna è eccezionale in cucina. Anche se viene dal profondo nord, davvero brava. Mangiamo con calma, bene. Ci scoliamo una bottiglia di Champagne, un bianco giallastro e due Côtes de Provence. Io avverto il colpo, soprattutto per colpa dell’iniziale Champagne.

Ci prepariamo. Gaël pensa che stiamo per trascorrere una normale serata di fine anno. Le reveillon. Non sa che Eugène ha ricominciato da dove aveva lasciato l’ultima volta, tradendo la sua fiducia, e forse anche la mia. È una serata anomala. Poca gente in giro, la città in questa zona sembra abbastanza tranquilla. Doveva esserci anche Lou. Un imprevisto: “l’aria è malsana, come sempre. Umida. Ti prende alla gola. Morde e non fugge”. Sintetizza Eugène. Poi cambia discorso, repentino, quasi che i due argomenti però fossero legati. “Guarda si vede Notre Dame de la Garde. Si vede anche da casa mia, sai. Quando il proprietario mi ha fatto vedere l’appartamento siamo entrati, ho dato un’occhiata veloce alle stanze e poi ho chiesto verso quali direzioni davano le finestre. Il padrone mi assicura che il balcone dà verso il vieux port. Mi dirigo lì. E si vedeva Notre Dame. Anche se Gaël non fosse stata d’accordo, in quel momento, avevo deciso che sarei andato ad abitare lì”.

 

Ci infiliamo finalmente nel locale previsto. La roba è rimasta a casa. Un primo contatto. Il buttafuori ci squadra. Eugène, lui, non lo conosce, né tanto meno Gaël. Entriamo. Ambiente scuro. Pareti nere. Soffitto nero. Gente che si muove e balla, musica anni ’80. francese. Reneaud. Vanessa Paradis. Gainsbourg in No Comment.

C’è un secondo piano, un ammezzato che guarda sulla pista da ballo. “Thomas ci attende là”, dice Eugène. Saliamo. Ci saluta. Sono trent’anni che Thomas vive a Marsiglia. Ha cancellato il vecchio Carles Laporta, per un più facilmente franco-italiano Thomas Pedretti, ma non ha perso quel suo dannato accento spagnolo. Lui è il Marsigliese. Lui, il capo dei capi. Anche Eugène rispetto a lui conta quanto il due in una partita di briscola. Lui vuole la mia roba, ma non ora. Non adesso. Vuole vedere se ho avuto il coraggio di tornare da lui; a sei anni di distanza, dopo il guaio che gli ho provocato con la dogana tedesca in un giro di spaccio con degli Svizzeri.

Parliamo un po’, del più e del meno. Del freddo in Italia, e del sole a Marsiglia. Della birra, del Marsiglia in coppa Uefa, e dei francesi che anche quest’anno non vinceranno il Tour de France.

 

Mi annoio. Anche Gaël è lì che si annoia. Eugène ha preso la sua birra e parla nell’orecchio di Thomas. Il rumore è assordante. Non se ne potrebbe fare a meno, vista la serata. In più il locale è piccolo, e soprattutto pieno di gente. Si è riempito. In un nanosecondo. La ressa è in pista. Parte la versione francese di Rock & Roll Robot. Gaël si scatena. Io la seguo. Con calma. Scendendo giù le scale, accendendomi una sigaretta. Rimanendo lì, a sorseggiare la mia birra corsa ed a guardare la donna del mio migliore amico, ballare, leggiadra, giovane negli occhi, nonostante le rughe sul suo viso ed i suoi quarant’anni.

Mi lascio sedurre da questa serata, dai suoni a me tanto cari. Passano in sequenza i Cure, i Police con Don’t Stand So Close to Me, Joe Strummer e la sua Rock the Kasbah. Ah, dirlo ora, Rock the Kasbah. A Marsiglia. La Algeri del continente europeo.

Sale tutto su per il naso e dentro agli occhi, come il profumo della ragazza che mi sta affianco. Forte, un odore non troppo femminile, abbastanza secco, e soprattutto poco dolce. È a pochi centimetri da me; di distanza, ma non di altezza. Non è una stanga, e il gradino inferiore rispetto al mio la rende di altri 15 centimetri irraggiungibile. Sembra carina, capelli lunghi, mossi, scuri. Scambiamo per caso lo sguardo. Deve essere d’origine araba, sembrerebbe, anche se la carnagione particolarmente chiara lascia qualche dubbio. Occhi truccati, tutta vestita di nero.

Iniziamo a parlare, e il tempo passa. Senza quasi lasciar passar tempo, rimango con una bottiglia di Colomba in mano. Mi assento pochi secondi dalla mia interlocutrice, per prendere la bottiglia al bancone poco distante, e torno a parlare. Lì. Appoggiati al muro da cui partono le scale.

Abbiamo cambiato posizione. Io sul gradino più basso, lei su quello più alto. Così che ci si possa guardare negli occhi. E già non ci sono più. Sarà l’alcol in corpo, o il profumo del suo corpo, ma mi sento già innamorato.

La conversazione scorre liscia. Così come l’alcol nelle mie vene e la nicotina in alveoli e polmoni. Fa per avvicinarsi, come a dirmi qualcosa. “è mezzanotte, buon anno!” Mi sembra di vedere Eugène e Thomas scendere le scale. Ma non ci sono più. Il mio sguardo è solo per Emma. Si avvicina al mio orecchio, ancora di più. Mi sporgo in avanti. Sento la sua mano che sta per cingermi il busto. E non ci sono più. Un lampo. Un suono sordo e cado a terra. In poco meno di un secondo la vista mi si annebbia. Vedo sempre meno. Gli occhi mi si chiudono. Non vedo più. Non ci sono più. Dov’è Gaël, dov’è Thomas, dov’è Eugène, dov’è Emma?

 

Apro gli occhi. Mi sveglio di colpo. Sudato fradicio. C’è la neve fuori dal finestrino, di nuovo. Ed il treno è fermo. Fa caldo. E Emma è davanti a me. Bella come il sole, come Marsiglia che abbiamo lasciato da quasi un giorno. Siamo di nuovo nell’anno nuovo, abbiamo passato la mezzanotte del 2006 da poco più di 24 ore. Emma è qui, al mio fianco. Da più di un anno adesso. Chissà con che diritto, chissà per quanto tempo ancora.

postato da: diarioinbrodo alle ore 15:19 | Permalink | commenti (7)
categoria:racconti, auguri